Great White

Ciao a tutti, sono passati parecchi mesi da quando abbiamo scritto per l’ultima volta qui sopra e se vi stavate chiedendo il perché vi diamo subito la risposta: pandemia mondiale. Il virus ha cambiato le vite di tutti noi, ha generato mostri come i festival online e i no vax e ha pure costretto alla chiusura tutti i cinema. Ma adesso che grazie al General Figliuolo si vede la luce in fondo al tunnel, le sale hanno riaperto e si è riaccesa in noi la voglia di parlare della settima arte. Il primo film che ho visto al cinema nel 2021 è stato In the mood for love in versione restaurata, un’esperienza al limite delle lacrime, una cosa bellissima. Ma oggi siamo qui per parlare di un cinema diverso, un cinema più vicino ai gusti del pubblico estivo, che ha voglia di svagarsi ma senza disdegnare qualche piccolo brividino.

Oggi parliamo di GREAT WHITE.

Cercando el tiburon.

Great White è un film horror di sopravvivenza australiano diretto da Martin Wilson, scritto da Michael Boughen e prodotto da Neal Kingston e Michael Robertson con i produttori esecutivi Jack Christian e Christopher Figg. Questo è quanto ci dice Wikipedia sul film, uno shark movie che parla di persone in mezzo al mare che cercano di non essere mangiate da uno squalo (detto el tiburon). Per quanto mi riguarda tutti i film (almeno quelli che escono da fine maggio a tardo settembre) dovrebbero parlare di squali e persone in pericolo in mezzo al mare. Volendo essere generoso potrei fare una concessione ai film ambientati in mezzo ad un lago, ma a quel punto gli sceneggiatori dovrebbero impegnarsi parecchio per riuscire a giustificare il fatto che delle persone si trovano in pericolo in mezzo al lago (e a quel punto, disperati, gli sceneggiatori sceglierebbero la strada più facile: il mostro del lago). Il fiume non lo prendo neanche in considerazione. Ma torniamo al nostro film, Great White.

Siamo in Australia, è presumibilmente estate, e una coppia di giapponesi (particolarità del film è quella di essere uno shark movie inclusivo, visto che il cibo degli squali si suddivide in giapponesi, aborigeno australiano e bianchi) affitta un piccolo idrovolante per sorvolare le belle coste australiane e visitare una spiaggetta bella e isolata. Ma non una spiaggetta australiana qualsiasi: la spiaggetta sulla quale il nonno della giapponese si salvò in maniera miracolosa da un disastro avvenuto decenni prima, diventando una specie di eroe locale (l’aborigeno ce lo dice proprio: “Qui tuo nonno è una specie di eroe locale“). Arrivati alla spiaggètta bella i nostri amici trovano il cadavere spiaggiato di un tizio con le gambe divorate dagli squali e capiscono che in mare ci sono gli squali (anche se non è stagione e il maschio bianco cis eteronormato ipotizza che “potrebbe esser colpa del riscaldamento globale“). Insomma, succedono poi delle cose e si ritrovano tutti su un gommone di salvataggio alla deriva (vedi foto sopra) con gli squali in agguato.

Il terrore dei mari: lo squalo

La tensione sale e lo capiamo anche dal fatto che il giapponese e l’aborigeno litigano perché quest’ultimo ha provato ad aiutare la moglie del giapponese ad infilarsi una maglietta (la frase, letterale, è “Tieni le mani lontane da mia moglie!”). La litigata termina con il giapponese che spinge l’aborigeno in mare consegnandolo di fatto allo squalo. L’aborigeno è vittima della gelosia di un uomo che nonostante una situazione di grande emergenza non riesce a fare a meno di farsi portatore di un soffocante patriarcato che evidentemente anche in Giappone continua ad imperversare (per chi volesse approfondire, leggete qui). Come ben tutti sappiamo, però, il karma colpisce sempre e non solo SPOILER ALERTA! il giapponese viene a sua volta mangiato da uno squalo ma le uniche due sopravvissute alla fine del film saranno proprio le due donne, che si salveranno dopo essersi scambiate ossigeno sott’acqua attraverso quello che metaforicamente possiamo definire in tutto e per tutto un bacio saffico. Le lasciamo così, le nostre eroine, su una spiaggia deserta, sedute bagnate una di fianco all’altra e con un sorriso che attraversa i loro volti. Gli uomini sono morti (se fossero proprio i maschi i “great white” contro cui combattere a cui fa riferimento il titolo?), loro sono sopravvissute a tutto e si sono pure infilate la lingua in bocca. Una è incinta e darà alla luce quel figliə che sarà segno di speranza. E se quel figliə venisse cresciutə proprio dalle due donne insieme? Tutto è possibile, lasciateci sognare che il mondo è un posto triste.

Lui muore.

Great White è in definitiva un film che parla di squali, certo, ma anche di un’umanità alla deriva che cerca disperatamente di salvarsi la vita (non è forse quello che abbiamo cercato di fare durante l’ultimo anno emmezzo?) e di trovare una spiaggia sicura dove stendersi a riprendere fiato. Quello diretto da Martin Wilson è un film che parla di una natura che non fa sconti ma è soprattutto un film abbastanza di merda. Zero idee, zero sequenze da ricordare, zero colpi di scena e zero adrenalina. Un film che è un copia-incolla di cose già viste e che va avanti col pilota automatico per un’ora emmezza. Non il modo migliore per far tornare gli squali al cinema. Non il modo migliore per avvicinarci all’estate. Ma non si può dire di no ad un film sugli squali che mangiano le persone. Io non ce la faccio. Se esce un film sugli squali io devo vederlo. Non importa come, dove, perché. Devo vederlo. Anche quelle produzioni Asylum realizzate in 4 giorni tipo 5 headed shark attack. E’ una droga dalla quale non mi libererò mai. Aiutatemi.

 

p.s.: anche i film sui piranha sono belli.

VOTO: 5-


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