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Sto Pensando Di Finirla Qui

Sto Pensando Di Finirla Qui

Sto pensando di iniziarla qui. Dal titolo. Quello italiano, grazie al corsivo del layout sulla locandina conserva la nota di ambiguità che introduce la visione, ma è un peccato che elida la parola cruciale del titolo inglese del nuovo film di Charlie Kaufman. Il quale (il film) sembra sì essere, fra i propri numerosi volti, il disorientante thriller psichico con il cui aspetto palese si offre al pubblico – di Netflix (e che convoca praticamente tutti i lavori precedenti del regista/sceneggiatore nei suoi temi, dalle fughe della memoria ai gradi della rappresentazione, dall’incognita dell’io narrante ai fantasmi alle soglie, eccetera).
Ma soprattutto un lavoro sulle (appunto) parole.
In particolare, sulla parola più incerta, fertile e inquietante in circolazione: “cosa”. Thing. I’m thinking of ending “things.

Usiamo d’abitudine il sostantivo “cosa” per indicare (s)oggetti, fenomeni e situazioni non-identificabili, indescrivibili, estranei-esterni alla nostra realtà. Innominabili. Cos’è la realtà se non il racconto di essa che facciamo a noi stessi? Concepiamo (anche – e forse specialmente – nel doppio senso, quello generativo) il mondo secondo il racconto del (nostro stare al) mondo che rivolgiamo a noi stessi, ognuno con il proprio vocabolario, la propria grammatica e gerarchia sintattica. Quando le parole si sfaldano il senso del racconto fa tilt, deraglia, e “cose strane” iniziano ad accadere. Per dirla con Mark Fisher. Ma anche con la protagonista di “Sto pensando di finirla qui”, che non ha neppure un nome, non possiede cioè la parola definitiva della propria appartenenza al mondo, e nel cui flusso di pensieri, durante la prima mezz’ora di film, ricorre un commento decisivo, agganciato a quasi tutto ciò che la circonda: “c’è qualcosa di strano”. (È un piacere tutto weird, in quest’ottica, che il nome dei due attori protagonisti, Jessie Buckley e Jesse Plemons, quasi coincida. Un po’ come “thing” e “think”.)

Cose strane accadono, snocciolate nel primo atto (altalene nuove di zecca difronte a case abbandonate; insegne illuminate nel mezzo del nulla innevato; la sensazione che Jake capti i pensieri di Lucy-Louisa-Amy…) e materia di un’acme orrorifica nel secondo. Durante la quale ci si accapiglia sulle parole (“genus, non genius!”); le parole svaniscono (l’Alzheimer del padre di Jake – o almeno, di una delle sue versioni); le parole evocano la realtà (il cane Jimmy, che appare – costretto nell’atto di scrollarsi, ossia in tilt – al solo pronunciare il suo nome). Parole parole parole. Anche come segno grafico. Il nome di Jake come firma sui dipinti di Lucy-Louisa-Amy, nel seminterrato. L’acronimo del nome del liceo di Jake sulla divisa fradicia, estratta in loop dalla lavatrice. I titoli di coda (“directed by Robert Zemeckis”) della rom-com immaginaria, immaginata dal bidello. I bigliettini sparsi in tutta la casa dei genitori di Jake, per ricordarsi il nome degli oggetti, delle stanze. Poi, le parole misteriose – senza soggetto che le pronunci – del messaggio in segreteria che Lucy-Louisa-Amy ascolta. “Una sola domanda a cui dare risposta”. Cosa significa “cosa”? Quali sono le “cose” che il soggetto del film (chiunque esso sia, se c’è) sta pensando di finire? Esistono “cose” senza nomi, esistono senza i loro nomi, slegate dalle parole?

È giusto soffermarsi sul libro di Pauline Kael fra le “cose” accumulate nella “Jake’s Childhood Bedroom” (un nome, più ancora che un luogo o un set). Lo sarebbe altrettanto – forse di più – farlo sulla VHS di “The Thing” di John Carpenter, il cui titolo (le parole che lo compongono) risalta al centro dell’inquadratura, in quella scena. Ancora una volta: “thing”. Una parola instabile, “aperta”, non univoca, che nel film di Carpenter segnala un’anomalia inaudita nel tessuto del reale, una “cosa strana” indescrivibile secondo le categorie (verbali e lessicali, per lo più) riconoscibili della realtà.
“Niente è più raro in un uomo di un’azione che sia tutta sua” ci dice Jake a un certo punto. Se, per Wittgenstein & altri linguisti, anche le parole sono azioni, si può quindi dire lo stesso a loro riguardo?

Pauline Kael, David Foster Wallace, Guy Debord, Ralph Waldo Emerson, Goethe. Si affacciano nel terzo atto del film, il dialogo lungo l’impossibile ritorno a casa (in cui, ancora, le parole innescano scontri: “Si dice asserzioni” “Si può dire in entrambi i modi!”; oppure “Perché continui a dirmi di controllare [la correttezza delle parole]?”). Si affacciano non solo come espressione (o epitaffio) di una parziale genealogia culturale di Kaufman. È tutta gente che ha lavorato con (e su)le parole, ha vissuto per le parole (e in un paio di casi, verrebbe da dire in uno slancio speculativo, per le parole si è uccisa). Se è vero che il regime in cui proliferano le figure e le locuzioni del contemporaneo è visivo, sarebbe un’esile lettura apocalittica gridare alla scomparsa assoluta delle parole. La fin absolue du mond (sì, ma solo come lo conosciamo). “Sto pensando di finirla qui” (che d’altra parte non è che manchi di precisi interventi sulle immagini, eh, a partire dall’aspect ratio) monitora un altro processo – che appartiene molto al contemporaneo – di logoramento delle parole, che è la loro riduzione a uno stato di univocità. Che porta al collasso della realtà. Ma non in senso postmoderno di fine dei tempi: in senso ipermoderno di giustapposizione incontrollata di agenti del reale. Tempo, spazio, “cose”, tutto fuso in una sola caotica entità sconosciuta. Come la “Cosa” di Carpenter. Come tempo, spazio, parole e personaggi di “Sto pensando di finirla qui”. Non ha un nome Lucy-Louisa-Yvonne-Ames-Amy, perché è tante “cose”: è poetessa, geriatra, pittrice, scienziata; e non è più tempo, l’oggi, di nomi e parole che custodiscano in sé tante cose. Ha un nome Jake, invece, perché è un bidello. E basta. È il controluce tragico del film. Le parole, persa la loro pluralità, diventano univoche. Parole “chiuse”. Insignificanti, non-significanti. Letterali. A senso unico. Come quelle di cui è fatta la stupida filastrocca-jingle di una gelateria, “aperta notte e dì”. Il che rende preferibile (perciò letale) abitare l’impero delle nostre menti perché “il mondo è più grande dell’interno della nostra testa”, ma è ormai stremato sotto il peso dell’assenza di parole adatte a pensarlo soggettivamente. E perché “un pensiero non si può fingere”, ma tutto il resto è finto, quindi non esiste. In questo testo (e perciò), quel che più assomiglia a un climax del film (tolto il sottofinale, in cui la finzione delle parole cantate da Jake – che non sono “tutte sue”, perché estratte dal musical “Oklahoma” – è messo in evidenza dal make-up volutamente grossolano di tutti i presenti in scena) giunge muto, senza parole (dopo l’ultima stoccata, però: “Come si fa a descrivere un uomo?” Cioè: quali sono le parole giuste?). Solo corpi che ballano davanti a una mdp che asseconda movimenti fluidi, sciolti gli ormeggi dalla precedente raffica di bruschi campi-controcampi, inquadrature la cui angolazione slitta negli stacchi di montaggio e raccordi spesso vagamente sfasati (a proposito di grammatiche e gerarchie sintattiche).

by PENNACCHIA


  1. Alessandra

    24 Gennaio

    Credo che questo sia il pezzo più bello, intenso e rappresentativo dell’opera che ho letto in merito. Per me uno dei migliori film in assoluto dello scorso anno.

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