Matthias & Maxime

Matthias e Maxime sono due amici d’infanzia: uno in crisi esistenziale per il proprio lavoro, l’altro in procinto di partire per l’Australia in fuga dalla madre alcolizzata. Si ritrovano a partecipare come attori per un cortometraggio amatoriale di un’amica. Una scena, nata da una scommessa persa, richiede che i due si bacino. E dopo quel bacio le cose tra di loro cambiano improvvisamente.

Presentando il film a Cannes lo scorso anno Xavier Dolan disse: “È un film di transizione. Ho trent’anni e sono alla fine di un decennio passato qui a Cannes. Vittorie, fallimenti, conoscenze, un periodo molto ricco psicologicamente e intellettualmente. Questo film non è solo un mix dei film precedenti ma esplora qualcosa di nuovo, un’altra parte di me. È importante navigare, esplorare altre zone, provare nuove cose. Apre un nuovo capitolo della mia vita, apre i miei trent’anni. In realtà non ha nulla in comune coi miei film precedenti. Mi hanno detto che ci sono madri e omosessualità. Questo film non è gay, è vita. Non parliamo di film in quanto eterosessuali. È amore, non amore gay. È soprattutto un film sull’amicizia. Non è una versione gay di qualcosa visto prima”.

Doveva uscire in questi giorni in Italia Matthias & Maxime, l’ultimo film di Xavier Dolan, prosieguo di una prolifica carriera che l’ha già portato a realizzare otto film dal 2009 a oggi. Continua a stupire la sua voglia di raccontare e raccontarsi, di tornare a recitare da protagonista (qui dopo anni) e di cambiare, non ripetersi, come se ogni film fosse una sorta di esordio a prima vista. Ma è solo un pezzo di un grande puzzle di un artista che dovremmo smettere di definire enfant prodige. Alti e bassi, bistrattato o troppo amato, osteggiato o divinizzato, Dolan andrebbe visto con maggiore tranquillità e con meno aspettative, come un bravo regista. Donovan si rivelò un massacro, ma si salvava più di una cosa, e questo ultimo Matthias & Maxime venne accolto in maniera ondivaga, tra tiepide recensioni, qualche sostenitore e stroncature. Non so cosa si aspettavano di vedere i critici e i fan sfegatati da Dolan: forse un altro film patinato e pieno di esercizi di stile? Ecco, non è il caso di quest’ultimo.

M&M è cinema molto fresco, tangibile, incollato alla vita quotidiana, ai dispiaceri e alle emozioni, gran parte girato a camera a mano, parlato tantissimo, con quel quebecchese che è lingua quasi incomprensibile anche per i francesi. Rimane incollato ai suoi personaggi Dolan, a se stesso, alla sua enorme macchia della pelle sul volto. Frigna, si commuove, si arrabbia, ride, reagisce, tira pugni. Di certo non è Marlon Brando o Daniel Day-Lewis, ma se è convincente, che importa? E’ profondamente umano questo Matthias & Maxime, ricco di spunti di ripartenza, di un nuovo inizio, di una nuova idea di cinema, più matura e al tempo stesso ancora più libera, come forse non è stata mai per l’autore di Mommy. Rimane distante dalla forza di un Fassbinder ma è la sua versione più vicina a noi, a questi anni a-motivi, e ci ritroviamo la stessa urgenza cinematografica, lo stesso spirito di autoriflessione come comunicazione verso gli spettatori. Fassbinder che probabilmente Dolan non avrà mai visto (cresciuto con Titanic e Céline Dion), ma che ha saputo inventarsi un proprio linguaggio, sempre in evoluzione, sempre diverso dal precedente film, sempre più incollato a una nuova idea di realtà.

Una realtà che qui è immortalata da cartoline di momenti intagliati con le mani o da una finestra dentro la quale scopriamo attimi di felicità, riquadro luminoso circondato dal buio. Prosegue nello stabilire legami tra il visivo e il ventrale, come continuando a passare dall’interno all’esterno, in un dialogo visuale che rimane l’ultimo vezzo di stile che permane nel cinema di Dolan, anche quando è così scarno come in quest’ultimo film. Così che la corsa in ralenti sotto la pioggia a recuperare i panni stesi diventa forza centripeta di un motore vitale che si muove. Ci sono, poi, gli immancabili sottofondi pop (Pet Shop Boys, Britney Spears, Future Islands e la bella Song for Zula dei Phosphorescent), che sono ormai il suo marchio di fabbrica di Dolan; il walkman scenografico che ferma ricordi e situazioni fuori dal tempo e dai rimandi. I film del giovane canadese stanno diventando sempre più accessibili, godibili, scorrono come i sentimenti, che sono sempre più reali e sentiti. Se con E’ solo la fine del mondo non riusciva forse a emozionare come con i due film precedenti e in Donovan cedeva a un certo conformismo di narrazione classica da diventare sterile, qui Dolan ritorna a emozionarsi e emozionare, con parecchia tenerezza e anche ingenuità. Quasi come in un film anni novanta, sempre teso ad aspettare il “cosa succederà ora”, a differenza di quando le sue pellicole trasudavano lo sguardo di un regista così consapevole e stiloso, più che narratore. Ed è un’ottima ripartenza.

VOTO: 7,5


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