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The Irishman

The Irishman

C’era una frase di Gérard Depardieu che diceva: “La durata ideale di uno spettacolo è data dalla capacità massima della vescica dello spettatore”.

Nell’epoca della frammentazione seriale delle maratone casalinghe, The Irishman di Martin Scorsese sembra davvero riportare al centro la visione del film fiume. Un film targato Netflix, ironia della sorte. Far uscire alle soglie del 2020 un gangster movie di tre ore e ventinove minuti con protagonisti monumenti viventi del cinema che fu sembra quasi un ossimoro, per giunta su una piattaforma online (su grande schermo in poche fortunate sale), la cosa più distante dai fasti di quel cinema. Vedere The Irishman in sala significa ritornare al tempo del cinema che “richiede tempo”, proprio l’opposto della soglia di attenzione media di questi anni di bulimia a macchia di leopardo tra serie, film e social network. E Scorsese sa bene che uno spettatore che vedrà The Irishman sul proprio computer o sulla propria tv affronterà la visione in maniera spezzata, come lo straordinario montaggio di Thelma Schoonmaker che incastra vertiginosamente tempi, luoghi e situazioni diverse in un turbinio di avvenimenti e ribaltamenti temporali che paradossalmente ricalcano le stesse serie, anche se con un ritmo lento che lascia davvero spiazzati.

Si esce dalla visione spaesati, quasi frastornati dal quantitativo di informazioni, nomi, sequenze magistrali che si susseguono, come se le suggestioni e le immagini potenti siano talmente tante da non riuscire a starci dietro, nonostante la durata, e viene quasi voglia di rivederlo ancora e ancora per cogliere ogni singolo dettaglio al meglio. Come quando si legge “American Tabloid” di James Ellroy, un altro romanzo fiume, affresco di un’America corrotta e complice, dove la Storia fa da sfondo ma è presente in ogni dove, rincorrendo i personaggi nella loro infinita nomenclatura e i crimini tra Kennedy, la baia dei Porci, Castro, il Watergate e quant’altro, trascinati da una colonna sonora d’epoca. Veniamo travolti da rimandi e riferimenti storici come allo stesso tempo dal totale senso nefasto e mortifero che percorre e attanaglia tutto. Non c’è più romanticismo o senso di uno stile di vita come era Quei bravi ragazzi o Casinò, non c’è più “Gimme Shelter” dei Rolling Stones sparata a tutto volume. C’è la malinconia e la desolazione di un gruppo di personaggi (e attori) che hanno semplicemente fatto l’unica cosa della quale erano capaci. Un’elegia funebre, un canto del cigno di un cinema, di un’era e di un paese che si basa unicamente su ordini da eseguire, su mandatari e su compiti da portare a termine. Come quelli che aveva Frank Sheeran (Robert De Niro) in guerra (“andare da A a B”, come gli ordinavano, e lui obbediva) e ora nel suo “imbiancare i muri” al soldo della mafia e dei suoi alleati, come il potentissimo sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino).

C’è quasi un senso di commozione nel rivedere Joe Pesci che interpreta Russell Bufalino, con il viso quasi perennemente coperto da enormi occhiali, dove neanche la tecnologia ringiovanente può bastare. Nel vederlo sdentato mangiare qualcosa in prigione, mentre beve succo d’uva e parla italiano. Lui, come le altre bestie del giro mafioso della New York di quegli anni, che diventano improvvisamente dei vecchietti per i quali si prova pena, mentre rimane soltanto Dio come ultimo confronto espiatorio quando la giustizia non è bastata. Sei vicino a Frank nello scegliere dove e come verrà sepolto e a chiedere “di lasciare aperta la porta”, come a non voler chiudere veramente con la propria vita, con la propria storia, con il proprio ruolo, quando sembra che tutti abbiano dimenticato e oggi nessuno riconosce neanche più una foto di Jimmy Hoffa, mentre decenni prima era uno degli uomini più famosi del paese. E Scorsese (e lo sceneggiatore Steven Zaillian) è straordinario nel raccontare tutto questo, nel suo passare da un anno all’altro, da una risata per un cocomero pieno di alcol, un “Tony” di troppo, a un battesimo e un nuovo funerale, attraverso le pieghe di un paese che convive con il crimine da sempre. Rompendo gli argini di un contenitore già enorme per durata e portata, attraverso un film che contiene tanti film.

E lo fa anche rinunciando ad approfondire le dinamiche familiari (quando il rapporto con la figlia nel romanzo di Charles Brandt era centrale), spostando così la piega sulla riflessione finale di un uomo solo che ha commesso fatti orribili e non sembra voler proprio ottenere nulla se non gli viene richiesto, portando anche lo spettatore a essere provato come lui di fronte alla vecchiaia e alla rassegnazione del confessionale. Paradossalmente anche qui, più punti in comune con Silence che con i precedenti capolavori a tema di Martin Scorsese: il suo più grande flop e film più sentito e da lui atteso da anni, che si sposa nel grande affresco esistenziale con una gigantesca produzione Netflix. Un senso di morte che parte dall’inizio, dalla casa di riposo dove risiede un anziano De Niro che racconta la sua vita, e passa per le didascalie funebri dei personaggi, epitaffi immediati al momento della loro comparsa in scena, quando sembra più importante il ricordo di un’automobile da rottamare che avere dei rimorsi.

Da una parte Frank Sheeran, l’Irishman, e l’altro irlandese, John Kennedy, che viene ucciso “in televisione”, mentre magari qualcuno stava mangiando un gelato. La Storia che ti passa davanti, che abbia le orecchie rifatte di un agente della CIA, è il gomitolo di cause ed effetti che gli spettatori devono slegare. Ed è quella di Frank la storia in primo piano, lo stesso uomo che raccoglie ogni singolo mozzicone di sigaretta della moglie dai posacenere di casa (indimenticabile) o riflette sulla scelta di un arma con la stessa minuziosa cura con la quale lava l’automobile e riflette sulla vita. Sono tanti pezzi di un mosaico straordinario di ruoli e di rassegnazioni, di una vita spesa a eseguire compiti senza mai fermarsi a pensare a cosa fosse giusto o sbagliato, come l’America faceva. E come non sarebbe mai più tornata indietro.

VOTO: 9


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