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C’era una volta… a Hollywood

C’era una volta… a Hollywood

Un pianoforte soffuso e una melodia malinconica in salendo. Sulle note di Maurice Jarre si chiude C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino, con una musica che ricorda allo stesso tempo il tema di Rosemary’s Baby e la colonna sonora di To Kill a Mockingbird.

Il buio oltre la siepe, il giardino confinante dei vicini di casa del”attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) a Cielo Drive di Los Angeles, è di Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie). E’ proprio quello l’anno, è proprio quello il posto, quando, per oscure coincidenze, la “famiglia” di Charles Manson diede vita alla carneficina dell’agosto 1969. Ma prima di tutto questo, prima di mostrare le sue carte, due ore e mezza di drink, party, titoli di film veri, film finti, attori realmente esistiti, attori mai esistiti, fottuti hippy, vinili che girano, piedi nudi, piedi nudi sporchi, drive in, insegne al neon, i Mamas and Papas, Bruce Lee, sigarette all’LSD e gambi di sedano dentro ai cocktail.

A nessuno piacciono gli Spaghetti Western” dice Rick Dalton schifando i registi italiani con i quali dovrebbe lavorare (tra di loro anche Antonio Margheriti, realmente esistito, e nome già usato in Bastardi senza gloria quando Pitt si finge italiano), gli stessi spaghetti Western che Tarantino ama alla follia e che ha omaggiato più volte. Fa sorridere pensare che si è passati da Uma Thurman leoniana di Kill Bill, alle sparatorie alla Peckinpah di Django Unchained, agli infiniti dialoghi in 70mm di The Hateful Eight, per arrivare ai western di serie b di Di Caprio di quest’ultimo C’era una volta..

Tarantino in fondo fa quello che vuole, prende un’idea di cinema, te la stravolge, prende una storia e ci fa lo stesso. Tutto un grande gioco, un grande giro di giostra, il circle game di Joni Mitchell che fa da sottofondo a una sorridente e solare Margot Robbie/Sharon Tate che si aggira felice in Porsche o va a vedersi da sola al cinema, rimanendo estasiata dalle risate del pubblico che sì, sembra quasi che la ami. Lei e un periodo in stato di grazia, quando anche Steve McQueen la invidia tra i bicchieri e le conigliette di villa Hefner e sembra che tutto vada per il verso giusto: è innamorata, presto aspetterà un bambino e trova persino un libro per il marito che cercava da tanto, “Tess of d’Urbervilles” di Thomas Hardy, che sarebbe poi diventato dieci anni dopo il film che Polanski dedicherà nei titoli di testa proprio a lei, To Sharon.

Tarantino sa tutto questo e la ama alla follia, anche quando russa nel suo candore del letto, non facendole mai dire qualcosa di profondo o realmente interessante, come per riscrivere un’iconografia immaginifica di quella che era l’essenza di Sharon Tate a Los Angeles prima che il destino prendesse un’altra piega. E’ libero Tarantino, forse come non lo è mai stato: budget enorme e director’s cut sul progetto, 160 minuti di planate sulla storia a bordo di un aereo Pan Am in technicolor narrati dalla voce di Kurt Russell, tra finti set western e spiattellati ralenti in aeroporto con “Out of Time” degli Stones e l’inquietudine di “I’ll Never Say Never To Always” cantata dalla famiglia Manson mentre frugano tra i rifiuti, in una delle fotografie più potenti che si potevano fare. Rimaniamo lì, inchiodati a vedere tutto, come ospiti della cameretta di un ragazzino, quando magari anche nulla succede. Perché Cliff Booth (Brad Pitt) che dà da mangiare al cane in una sequenza che sembra eterna, è davvero quello: Brad Pitt che dà da mangiare a un cane. E la cosa buca lo schermo più di qualsiasi altro personaggio che possa dare da mangiare al cane. Se la bravura di DiCaprio è conclamata, è però attorno al personaggio di Brad Pitt che si snoda la vicenda, nella possibilità che regala a Rick Dalton di rimanere per sempre incolume: Cliff è uno stuntman, un uomo dedicato al sacrificio.

Ed è sempre grazie a lui che abbiamo i momenti migliori: il viaggio di ritorno da casa di Rick, la visita al ranch hippy con il dialogo con Bruce Dern, il confronto con Bruce Lee e la sequenza pulp finale.
Once Upon a Time… è una gigionata lunga ma mai noiosa, consapevolmente cazzona ma in senso nuovo, non più come potevano essere Death Proof o Kill Bill, un film che se ne frega delle aspettative, a cominciare da quelle dei tarantiniani. Durante gli anni della fine di un certo tipo di cinema – la catarsi della visione in sala, a cominciare da quei sessanta di , 2001 e Easy Rider – Tarantino riscrive di nuovo la storia, disegnando un futuro inedito partendo dalle doppie strade che può prendere la vita, dando vita al riscatto che tutti i personaggi, veri o immaginari, avevano sognato.

n.d.r.: l’autore della recensione ha dimenticato di menzionare una cosa fondamentale, rimediamo: Margaret Qualley. Margaret Qualley. Margaret Qualley. Margaret Qualley. Margaret Qualley.

VOTO: 7,5


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