Euphoria

Un mese fa frugavo, senza troppa convinzione, tra le nuove uscite. A un certo punto mi imbatto in questo Euphoria, vedendo che il ruolo di protagonista è stato affidato a Zendaya, che si è guadagnata un posto nel cuore di tutti gli amanti dei cinefumetti interpretando MJ, e notando che dietro al tutto c’è HBO. Decido di dargli una chance.
Prima di cliccare sul link che il mio rivenditore di streaming legalissimo mi ha fornito, vado a dare una sbirciata per capire meglio di cosa si tratta: Euphoria è una sorta remake di un’omonima serie tv israeliana del 2012, da cui prende in prestito più che altro il format e alcuni personaggi, prendendo spunto per alcuni aspetti strutturali da quella che fu una delle serie più amate/odiate dall’ultima MTV generation (quelli della mia generazione, per capirci), Skins. Decido definitivamente di guardarla, con la curiosità di chi ricorda i primi 2000 e quei tentativi sgangherati di raccontare i giovani, ma allo stesso tempo ricordandomi che tutti quei tentativi vengono oggi ricordati più per la loro goffaggine nell’essere stati fuoriluogo in tutto (abbiamo ancora un James Van Der Beek che interpreta James Van Der Beek da qualche parte nel mondo, e una ex moglie di Tom Cruise di cui non ricordo il nome, ma che recitava come una persona di cui non voglio ricordare il nome).

Forse è per questo che, devo ammetterlo, dopo i primi dieci minuti della prima puntata di Euphoria ho stoppato tutto pensando “questo è un teen drama per ragazzini americani ricchi che vogliono fare gli alternativi”. Grazie al cielo non sono mai stato uno da “la prima impressione è quella che conta”, perché altrimenti, se mi fossi fermato a quel punto, mi sarei perso la cosa migliore di quest’anno. Lo dico in anticipo con una buona dose di sicurezza: se questo è il mostro da battere, auguri alle altre serie tv, perché qui siamo davanti ad un mezzo capolavoro. E dico mezzo perché non voglio fare la figura del fanboy ma per me, per come mi ha stupito e mi ha conquistato, ci potrebbe stare direttamente la definizione per intero. Partendo da questa premessa mi sono sentito di scrivere quattro righe in più del solito e di dividere per “categorie”, per chiarezza e perché credo che un prodotto del genere si meriti un trattamento differente.

La scrittura è solitamente un punto su cui non transigo, essendo la parte che prediligo in una serie TV, un film, un libro. La scrittura è quel che determina la storia, i colpi di scena… Tecnicamente tutto quello che dà il significato al contenuto di cui stiamo fruendo, lo scheletro del mondo in cui dovremmo essere completamente immersi durante la visione. Qui mi tocca fare un mea culpa “funzionale”: tempo fa diedi una sufficienza a cose scritte con i piedi, nella fattispecie Doctor Strange e Luke Cage. A mia discolpa, considerando il contesto e la provenienza, mi focalizzai più su come potevano intrattenere e divertire, sugli effetti speciali. E qui arriva la parte funzionale: è un bene che poi escano opere come Euphoria che ti ricordano quali sono gli standard su cui non si può e non si deve transigere quando si firma un patto immaginario con un regista, uno sceneggiatore o un qualsiasi autore che ci sta raccontando una storia. Euphoria questi standard li prende, li sistema su quel terreno brullo che è la realtà e pone le fondamenta per costruirci sopra un intreccio narrativo che potrebbe tranquillamente essere un capitolo di Infinite Jest di David Foster Wallace.

Non sto citando a caso il libro del compianto scrittore americano: Euphoria parla di dipendenze, della difficoltà di scalarne le vette per superarle, dell’impossibilità di prescindere dal loro principio, radicate come sono nella nostra infanzia o adolescenza. Per questo Euphoria non è una serie per teenagers (da chi è in quel range d’età), perché è l’occhio postumo di chi guarda indietro con la consapevolezza di esserci già passato, è una seduta di analisi, è il racconto del male necessario che tutti dobbiamo affrontare prima o poi nella nostra vita. Euphoria parla della precocità con cui le nuove generazioni sono arrivate ad affrontare questi problemi: chi lucidamente, intrappolato in un amore tossico che suona come il principio della più classica rappresentazione di quella che diventerà la famiglia ipocrita perfetta all’americana con sorrisi in giardino, botte e maltrattamenti tra le mura domestiche; chi misurandosi con la droga, il sentimento di vuoto costante che porta a quel tunnel chiamato depressione. È inoltre un’analisi sulla sessualità completamente spogliata da quel filtro bigotto o indulgente che viene solitamente applicato alle storie quando si parla di certi temi durante una certa età. Tutto viene raccontato con una profondità stupefacente per quelli che in realtà sono i tempi di una serie tv piuttosto dinamica.

Questo grazie anche ad un cast azzeccatissimo, dove anche gli esordienti regalano interpretazioni al di sopra delle aspettative. Zendaya merita una menzione a parte perché ok, sarà pure una di quelle promesse annunciate e già scritte sin dalla tenera età, ma qui mette la firma in calce su tutto, e si porta a casa lo show facendo capire a tutti che nei prossimi dieci anni qualunque altra attrice femminile nelle sfere alte di Hollywood dovrà fare i conti con lei.

L’artefice di tutto questo è soprattutto lo showrunner/regista Sam Levinson, figlio d’arte (di Barry Levinson, cosa che potrebbe anche voler dire poco, se non fosse che il buon Sam pare abbia fatto tesoro degli insegnamenti del padre, con il quale ha anche collaborato all’inizio della sua carriera) assolutamente capace di consegnarci un prodotto fresco e diretto in maniera originale, senza troppi fronzoli fine a sé stessi, ma con quei fronzoli funzionali al momento, alla sequenza, che ti fanno dire “eh ok, questo è bravo”.
Anche quando sembra voler fare il fenomeno come nella puntata clou del luna park, la regia di Levinson non fa altro che giocare con il moto che hanno le singole attrazioni, senza nessun virtuosismo forzato. Solo uno studio della location, con il desiderio di divertirsi e far divertire individuando il potenziale del materiale a disposizione. In molte occasioni regia e fotografia sfociano in quella nicchia stilistica che è propria dei videoclip musicali e che potremmo definire glamour: non a caso uno dei produttori della serie è un certo Drake e la colonna sonora è curata da un tale di nome Labrinth, che prima di vedere la serie non conoscevo, ma di cui mi sono innamorato per due brani montati in maniera perfetta su due sequenze altrettanto incredibili (una delle due oserei dire epica, ma rischio lo spoiler violentissimo, e quindi no…).

Ricapitolando: Sam Levinson scrive e produce una serie tv che prende il buono di Skins (con ogni episodio incentrato su un singolo personaggio), con l’aggiunta di una Zendaya che esplode in tutta la sua bravura e di un cast di ragazzi giovani e inaspettatamente tutti di talento (dall’incredibile debuttante Hunter Schafer all’atomic blonde Sydney Sweeney, dalla curvy Barbie Ferreira al bellone palestrato Jacob Elordi), riuscendo a sviscerare in modo fresco e profondo temi che nella maggior parte dei tentativi passati equivalevano allo scavarsi la fossa da parte di chi si prendeva la briga di scriverli. Insomma, come avrete capito il mio consiglio è quello di metterla in cima alle vostre liste di cose da guardare. E se non volete “cercarla” sul web, l’appuntamento è su Sky Atlantic a partire dal 26 settembre.

VOTO: 8+


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