Midsommar

Midsommar è l’unico film che aspettavo di vedere quest’estate, l’unico appuntamento al cinema imperdibile, da segnare sul calendario. Ari Aster lo seguo da tempo, da prima che uscisse quel capolavoro di Hereditary, e so che è l’autore che fa per me: è giovane, pieno zeppo di idee da realizzare, amante delle storie malate e perverse e ha una passione per la cura dell’immagine che in ambito horror non si vedeva da tanto, troppo tempo. E poi, a parte l’attesa da fan, volevo vedere se Aster fosse in grado di confermarsi ad alti livelli o se naufragasse come tanti suoi giovani colleghi hanno fatto in passato dopo il successo dell’opera prima (Richard Kelly docet). Mi sono bastati pochi minuti per capire che mi sarei innamorato anche questa volta.

Midsommar parte con un incipit cupo, quasi un cortometraggio a sé stante che getta le basi per ciò che vedremo in seguito, un dramma che sembra quasi un prolungamento di Hereditary: oscurità, disperazione, urla, morte. E la neve, così distante dal Sole accecante che colpirà noi e i protagonisti dopo pochi minuti, quando partiranno per il loro viaggio nel nord della Svezia.

In Svezia, appunto, parte quello che in maniera naturale si può etichettare come folk horror. Aster sa che noi sappiamo, sa che abbiamo in testa The Wicker Man e che moriamo dalla voglia di sapere cosa nasconde l’allegra e sorridente comunità un po’ hippie e un po’ amish che accoglie gli ignari protagonisti americani. Il bello di Midsommar è proprio questo: si sa già come andrà a finire il film e come gireranno gli eventi, ma è interessante vedere quali strade e quali percorsi sceglierà l’autore per farci arrivare all’unica destinazione possibile. La strada scelta è quella del bombardamento sensoriale e visivo, con la costruzione di quadretti macabri, saturi di colore e luce, che vanno a creare una sorta di piccola galleria degli orrori estiva. A differenza di quanto visto in Hereditary (che era in tutto e per tutto un dramma famigliare che sfociava nel soprannaturale)il lavoro sull’aspetto psicologico dei personaggi è molto più superficiale, ma è una scelta voluta da Aster che presentandoci questi ragazzotti anglofoni (4 americani e 2 inglesi) bidimensionali e da horror basic (il bellone un po’ ingenuo, quello smart che indaga e inizia a “capire”, lo sballato che pensa solo alla figa e alla droga, ecc), porta Midsommar quasi al confine con la black comedy (molto black, poco comedy). Sì, c’è l’eccezione della protagonista interpretata da una grande Florence Pugh, ragazza alla disperata ricerca di empatia e di senso di appartenenza (la famiglia), soffocata da una relazione tossica e fasulla, ma è una chiave di lettura facile, utile al metaforone, ma che non sembra poi avere così tanta importanza per Ari Aster, che sotto sotto vuole solo divertirsi a creare liberamente situazioni stranianti/scioccanti e a lavorare sull’immagine.

Di cose da ricordare in Midsommar ce ne sono parecchie: già detto del prologo ultra-drama, la prima sequenza bomba è quella del sacrificio dei due “anziani” del villaggio che si gettano dalla rupe. Questo momento funge da spartiacque all’interno del film, coi protagonisti che dopo aver assistito al duplice suicidio, suggellato da un cranio disintegrato a martellate (a proposito, la violenza estrema sulle teste è un feticcio di Aster), capiscono che la loro vacanza non sarà poi così rilassante. Questa è forse la sequenza più d’impatto assieme ad un finale incredibile che  addirittura supera per intensità e cattiveria quello di Hereditary (se il finale del film con Toni Collette mi aveva terrorizzato, questo mi ha fatto sentire terribilmente a disagio, con quelle urla incessanti e con la morte che si presenta in tutta la sua concretezza e freddezza, perdendo l’aura mitologica che si porta dietro per tutto il film).

Sangue e morti a parte, Midsommar ci lascia negli occhi anche un momento affascinante e onirico come quello della danza finale, nella quale Florence Pugh dà il meglio di sé con le sue facce e le sue smorfie da bambola sull’orlo di una crisi di nervi. Midsommar è un film estenuante, di una lunghezza forse eccessiva che nonostante tutto trova un suo senso se si considera che Aster non vuole che il suo pubblico passi un paio d’ore sereno mangiando pop corn, ma vuole sfinirlo, portarlo al limite, avvicinarlo psicologicamente ai protagonisti, che finiscono il loro percorso completamente svuotati (Christian paralizzato, senza voce e ridotto a “pupazzo”, Dani senza difese e travolta dall’onda degli Hårga).

In ogni caso Midsommar è un film che tende a dividere più di Hereditary e che pone il pubblico davanti ad una scelta: o ami Ari Aster o non lo sopporti. C’è poco da fare, è difficile restare neutri di fronte ad un autore che lavora sul suo stile in maniera così pesante e che lo sbatte in faccia con arroganza allo spettatore ad ogni inquadratura. Simbolismi, sussurri, grida, citazioni, autocitazioni, simmetrie, colori, luci, affreschi: l’approccio al manierismo di Aster ricorda da lontano quello di Wes Anderson, regista idolatrato dai più ma con una buona dose di haters. L’unica cosa certa è che erano anni che sulla scena horror non compariva un giovane autore così deciso a lasciare un’impronta netta e a riscrivere le regole del gioco. Pare che dopo Midsommar Ari Aster si prenderà una pausa dal genere horror per dedicarsi ad altro: che sia una commedia, un dramma o un film action, non vediamo l’ora di tornare a sguazzare nell’ansia e nel disagio.

VOTO: 7,5


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