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Stranger Things – Stagione 3

Stranger Things – Stagione 3

[warning: contiene spoilerz dalla nuova stagione di Stranger Things]

La terza stagione di Stranger Things inizia mostrandoci tre cose: Russi minacciosi, limoni e Day of the Dead di George Romero. Se gli evil Russians sono introdotti come nuovo spauracchio (assieme a demogorgoni e mostriciattoli vari) e il limone è l’emblema dell’entrata nella vera fase teen per i protagonisti, il cinema zombesco di Romero è elevato fin da subito a faro della nuova stagione, che è senza alcun dubbio la più horror realizzata finora dai Duffer Brothers.

Romero, quindi. Le strade di Hawkins sono deserte, i negozi chiudono e la povera Winona Ryder non riesce ad arrivare alla fine del mese. Colpa dello Starcourt, centro commerciale gigantesco e luminoso che attira come mosche gli abitanti della piccola cittadina americana, pronti a spendere e spandere e a fare grassi bagni di consumismo sfrenato. Stranger Things lancia messaggi politici! No, ai Duffers frega niente di dare profondità al loro lavoro, è solo un omaggio sentito e un po’ troppo marcato (ma cosa non lo è in ST?) al padre degli zombi: così al centro commerciale di Dawn si aggiunge la base militare sotterranea di Day, stavolta gestita dai Russi e situata proprio sotto allo Starcourt Mall (in un’orgia di metafore che ora lascio perdere perchè CRISTO SANTO STIAMO PARLANDO DI STRANGER THINGS).

Fatta questa premessa, andiamo al nocciolo del discorso: la terza stagione di Stranger Things è bella, è probabilmente la migliore della serie e rappresenta la perfetta conclusione di un percorso emo-zionante iniziato nel 2016. Il problema è che la serie molto probabilmente andrà avanti.

I gelati sono buoni.

Dopo una stagione buona ma un po’ confusionaria come la seconda, a Stranger Things serviva un cambio di marcia e una rinfrescata per confermarsi al numero uno tra le serie pop e i Duffers fanno centro, non sbagliando una mossa. Se la scelta di puntare in maniera più decisa sull’horror (quello anni ’80, ovviamente, da Cronenberg al Blob di Chuck Russell) aiuta a mantenere alta la tensione puntata dopo puntata, fondamentale è il lavoro svolto sui singoli ragazzini, ai quali finalmente viene data una parvenza di profondità psicologica, con non pochi spunti di riflessione (soprattutto su Steve e su un Will Byers in odore di omosessualità, ma anche su una Nancy che affronta un ambiente lavorativo impregnato di sessismo, mentre ahimè il povero Dustin continua ad essere il portabandiera della sfiga). Con una maggiore cura dei personaggi, ST riesce finalmente ad essere qualcosa in più di un semplice luna park nostalgico e si trasforma in un convincente coming of age, con i rapporti tra i vari ragazzi che assumono più rilievo rispetto al giochino degli easter eggs e della citazione sfrenata (che ha anche un po’ rotto il cazzo: giuro che quando Dustin e la nerd con gli occhiali si mettono a cantare Never Ending Story nel momento clou del finale avrei voluto lanciare la tv dalla finestra). In ogni caso non siamo ancora di fronte a Stand by me, l’azione e il cazzeggio la fanno ancora da padroni e da una serie tv Netflix probabilmente non possiamo aspettarci altro. E’ in ogni caso un cazzeggio che non ha eguali per livello di intrattenimento nel panorama seriale attuale, è un cazzeggio fatto con stile, con uno stile riconoscibile al primo sguardo che Stranger Things si è costruito col tempo e che lascia completa libertà di movimento agli autori, che possono passare con nonchalance da sequenze splatter a siparietti quasi demenziali, da inseguimenti e sparatorie a momenti emo da lacrimuccia, mantenendo sempre alta la qualità della narrazione (assenti in questa stagione gli scivoloni in stile Eleven va in città visti nella season 2).

Ma quali sono le cose migliori di questa stagione? Prima di tutto i cattivi. Se il demogorgon e i democani (o come si chiamano) avevano il loro fascino, il mostro protagonista di questa stagione è su un altro livello: una massa deforme di schifo gelatinoso, composto dai corpi letteralmente sciolti e smembrati delle sue vittime. Una creatura lovecraftiana tra La MoscaThe Void. Delizioso. Convincente è anche Billy, che come soldato del Mind Flayer è molto più d’impatto che come semplice sexy bullo. Nonostante l’inevitabile caricatura (il filtro è quello da Guerra Fredda) non sono male nemmeno i Russi, che si sbattono per cercare di aprire una porta verso l’Upside Down creando scompiglio, capitanati da un killer a sangue freddo con aria e passo da Terminator (e un sempre piacente giubbotto di jeans). Citazione d’obbligo anche per i topi posseduti che esplodono in stile Lemmings, vero tocco di classe. Tra i buoni invece è impossibile non spendere due parole per la new entry Robin. Maya Hawke è figlia d’arte, è bellissima, è brava, si prende sulle spalle la responsabilità di portare all’interno del mondo di ST il primo personaggio dichiaratamente gay della serie e lo fa in maniera impeccabile (nonostante dopo il coming out in bagno con Steve gli sceneggiatori gli mettano in bocca un paio di frasi stereotipate di troppo, ma vabbè). E’ un personaggio sul quale la serie dei Duffers potrà sicuramente puntare forte in futuro.

Ma quale sarà il futuro di Stranger Things?

La serie è giunta ad un punto di svolta. Diciamo pure che è giunta alla fine della sua corsa. I personaggi hanno svolto il loro percorso di formazione, sono cresciuti, si sono sacrificati, hanno sconfitto il nemico. Ma soprattutto per la prima volta dividono le loro strade in maniera netta. Sarebbe la fine ideale per Stranger Things, una conclusione sentita, piena di feels e che resterebbe nella storia delle serie.

Hopper è morto con la consapevolezza di aver salvato Hawkins (il mondo?) e se ne va regalandoci con la sua lettera ad Eleven il momento più commovente dell’intera serie; Joyce sembra aver superato il lutto per la morte di Bob e si trasferisce per iniziare una nuova vita; Eleven ha perso i suoi poteri, va a vivere con i Byers e può finalmente iniziare a vivere da normale teenager; Steve ha accettato la sua realtà di giovane lavoratore e ha trovato un’amica vera in Robin e gli altri ragazzi…beh, continueranno la loro vita ad Hawkins tra un cinema e un gelato al centro commerciale (parzialmente distrutto dal Mind Flayer ma pronto a rinascere più splendente e sgargiante di prima…d’altra parte il Comunismo è stato sconfitto, il capitalismo trionfa e l’America risorge più forte che mai). The End.

E invece no. Perchè Netflix vuole i nostri soldi. Perchè Stranger Things è un fenomeno pop troppo grande per poterlo mandare in archivio in così poco tempo. E così ecco arrivare la dannata, dannatissima scena post-credits. Hopper non è morto, è probabilmente prigioniero dei Russi. Che a loro volta non si sono rassegnati ad aprire un varco verso l’Upside Down e tengono addirittura in cattività un demogorgone. Partono le fan theories. E se l’Upside Down fosse il futuro ed Eleven potesse viaggiare nel tempo (ecco che la cit. di Back to the future avrebbe un significato in più)? E se Hopper fosse stato risucchiato nell’Upside Down? E se addirittura nella quarta stagione si tirasse in mezzo Chernobyl? E se fosse tutto il sogno di un cane?

Il pericolo concreto è che Stranger Things vada in maniera inesorabile verso il destino toccato alla gran parte delle serie che hanno fatto la storia del telefilm pop contemporaneo (ultima in ordine di tempo Game of Thrones), ovvero un lento declino tra stagioni sottotono e irritazione dei fan della prima ora. Sarebbe un peccato. A noi piace pensare che la vera conclusione dell’avventura di Eleven e soci sia questa qui, piena di lacrime, abbracci e speranze per il futuro. Prendiamo il walkman, inseriamo la cassetta e schiacciamo play.

VOTO: 8


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