Chernobyl

Vi ricordate quando ci strappavamo i capelli per la fine di Game of Thrones? Sembrava quasi che il mondo delle serie tv non dovesse avere più senso dopo la fine dell’epopea tratta da George R.R. Martin. Invece dopo nemmeno un mese lo stesso canale, HBO, tira fuori uno dei prodotti più belli e di qualità degli ultimi anni, senza dubbio la serie migliore di questa prima parte di 2019, e ci fa un po’ vergognare per tutto il rumore fatto attorno a nani, draghi e bionde slavate.

Sto ovviamente parlando di Chernobyl, miniserie che in 5 puntate racconta quasi alla perfezione ciò che avvenne nel 1986 in Unione Sovietica. Curiosamente dietro la rappresentazione di questa tragedia immane c’è Craig Mazin, sceneggiatore che si è occupato nella sua carriera (tra le altre cose) di scrivere i capitoli brutti di Scary Movie (il 3 e il 4) e di Una Notte da Leoni (il 2 e il 3). Alla regia un veterano del mondo dei videoclip come Johan Renck, che si è fatto le ossa con qualche episodio di Breaking Bad. Ad ogni modo, questa bizzarra accoppiata ha dato vita ad una serie che secondo qualcuno è già in corsa per essere la più apprezzata di sempre da critica e pubblico.

I motivi di questo successo sono da ricercare in una messa in scena quasi perfetta che ricostruisce l’URSS del tempo attraverso una maniacale attenzione per i dettagli ed una narrazione serrata che riesce a darci un quadro completo del disastro, senza tralasciare nessun aspetto. Certo, non va mai dimenticato che stiamo guardando il tutto attraverso un occhio “americano” e quando ci si avvicina ad un discorso più politico la cosa viene fuori (Gorbaciov dipinto come un debole pacioccone, simbolo di una grandezza ormai in decadimento), ma se si esclude questo dettaglio siamo di fronte ad un prodotto inattaccabile.

Chernobyl fa stare male. La serie va alla costante ricerca del dolore e dell’angoscia, per trascinare il pubblico occidentale all’interno di un mondo e di una realtà della quale ha sempre e solo avuto una visione parziale e distaccata (quando non quasi caricaturale: radiazioni-mutazioni genetiche-animali con due occhi-mutanti and so on). I dettagli fanno la differenza: fa male vedere un poveraccio morire in seguito al disastro, ma fa paura sapere come sta morendo e cosa sta provando. Gli autori ci tengono a farci conoscere nei minimi particolari le conseguenze dell’esposizione a radiazioni, vogliono che sappiamo che gli organi interni lentamente si sciolgono e collassano, che il 90% dei personaggi che vediamo nella serie moriranno dopo pochi mesi (i più fortunati dopo qualche anno), che siamo di fronte ad un disastro che sarebbe potuto essere l’anticamera di una vera e propria apocalisse (con tanto di interi minuti di spiegazioni tecnico/scientifiche sul funzionamento di una centrale). Per aumentare la dose di drama ecco poi il neonato che muore assorbendo le radiazioni dalla madre, la costante paura dei protagonisti di essere fatti fuori dal “regime” e un bel quarto d’ora di cagnolini presi a fucilate. Sì, è un po’ troppo, e gli autori sembrano esserne consapevoli: sapendo di avere tra le mani un carrarmato si permettono sequenze al limite del cattivo gusto (che nulla aggiungono alla narrazione) da bilanciare poi con intense sequenze di ricostruzione storica (quasi sempre attraverso gesti e parole dei personaggi interpretati da Stellan Skarsgård e Jared Harris, entrambi ottimi – così come ottima è Emily Watson).

Ma la cosa in qualche modo curiosa è che Chernobyl tocca i suoi punti più alti quando non si occupa…di Chernobyl. Ciò che davvero colpisce della serie è la ricostruzione di una realtà (quella sovietica), nella quale ogni personaggio si muove in completa solitudine, che sia esso un operaio, un professore o un dirigente di Partito.  E’ un senso di isolamento che avvolge le vite dei personaggi e che diventa metafora (eh) dell’isolamento di un’intera regione, di un’intera nazione. Chernobyl cerca sì di dare allo spettatore spiegazioni tecniche e accurate di ciò che portò al disastro, ma è soprattutto un potente ritratto di un URSS ormai arrivato a fine corsa, non più in grado di mantenere in piedi il suo castello di carta fatto di bugie e verità nascoste.

Tutto questo discorso non deve farci dimenticare che Chernobyl è comunque un disaster movie (o una disaster serie, se preferite) con i controcazzi, nel quale si respira un odore di morte e ansia ad ogni sequenza (grazie anche alla colonna sonora clamorosa di Hildur Guðnadóttir), con frequenti escursioni nella zona dello spy o addirittura del noir. Poco importa se i detrattori stanno già iniziando a saltare fuori facendo le pulci al lavoro di Craig Mazin: Chernobyl ad oggi è la miglior serie del 2019 ed è cinema allo stato puro.

VOTO: 8


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