The Head Hunter

In questo mare di horror e fantasy e scifi movies che ormai ci invade quotidianamente rischiando di farci annegare, un piccolo e oscuro film ha colpito la mia attenzione: The Head Hunter.

Sto parlando di un medieval horror, un film che in tempi di Game of Thrones sembra quasi uno spin-off minimale ambientato in un angolo remoto di uno dei sette regni. Il protagonista è un outsider, un loner, un cavaliere solitario che ha perso la figlia a causa di un vero e proprio mostro (e quando parlo di mostro intendo un mostro) e va in cerca di vendetta. Come? Collezionando teste di creature infernali, che lo attaccano e cercano di ucciderlo ogni santo giorno, disturbando la quiete di una foresta che tanto quieta e tranquilla non è. Ma andiamo con ordine.

Jordan Downey è un trentenne regista americano che ha iniziato la sua carriera facendo film su un tacchino assassino. Sul serio. Ha girato due film chiamati ThanksKilling e ThanksKilling 3 (il 2 l’ha semplicemente saltato PERCHE’ SI). Per farvi un’idea cliccate QUI.

Quale credibilità può avere uno che fa due film del genere? Per quanto mi riguarda moltissima. E infatti il nostro Jason lascia da parte pennuti and co. per sporcarsi le mani. Sporcarsele nel vero senso della parola, perchè il suo The Head Hunter è un film sporco, lurido e che puzza di morte e muschio selvatico. Il protagonista è Christopher Rygh, gigante norvegese, che con la sua barba e i suoi occhi spiritati è il classico uomo giusto al posto giusto. E’ chiaro fin da subito che i soldi a disposizione di Downey sono pochini e il regista riesce a sopperire a questo handicap mettendo cuore e passione in ogni singola sequenza e curando in maniera maniacale i dettagli. Dai pesantissimi costumi (l’armatura e le pelli che Rygh si mette addosso sono veramente PESANTI) alle scenografie (gli oggetti e i “mobili” nella capanna, così come le armi e gli utensili utilizzati dal nostro eroe), passando per la realizzazione delle creature (delle quali si vedono quasi sempre solo le teste), tutto al nostro sguardo risulta molto artigianale, ma nel senso buono della parola: in un cinema che non riesce a fare a meno di CGI ed effetti speciali digitali, vedere tanta cura per la creazione manuale anche solo di una testa mozzata fa veramente brillare gli occhi. Spesso i mostri sembrano pupazzi e sono quasi sempre fuori campo, è vero, ma il risultato ottenuto è buono e va bene così. Anche perchè ci pensa il protagonista a farci venire i brividi, con il suo corpo lacerato e sanguinante (i mostri gli lasciano spesso degli squarci notevoli) e la sua disperata ricerca di un modo per far tornare in vita la piccola figlia.

La passione del povero cristo

The Head Hunter è un film che avanza lento e inesorabile verso l’unica conclusione possibile, lontano da quel Medioevo fantasy che spesso abbiamo visto al cinema. Non c’è un bene superiore a cui guardare, non c’è una missione eroica da raggiungere o un sovrano a cui essere fedeli: l’unica cosa che conta per il protagonista è la sopravvivenza e la flebile speranza di accedere al mondo soprannaturale per riuscire a riabbracciare l’amore della sua vita. Nell’ombra, sempre presente, la minaccia di uno spietato “Cavaliere della Morte”, che può spegnere luce e speranza per sempre. I riferimenti sono tanti e vanno da Valhalla Rising a The Witch, con un occhio al mondo dei videogames, che a partire da Skyrim hanno sempre più influenza sul cinema di genere. Il film di Jordan Downey può farsi apprezzare dagli amanti del fantasy, dell’horror e anche da quelli del doom metal. Perchè alla fine vedere morte e disperazione nei boschi è sempre piacevole. Se poi ci sono scheletri, mostri e grotte anguste, ancora meglio. Non un film pazzesco, ma un film coraggioso quanto basta per essere promosso.

VOTO: 6


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