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“The Twilight Zone” di Jordan Peele è un divertente pacco

In questo periodo di hype smodato per la final season di Game of Thrones sono abbastanza sicuro di una cosa: in pochi, pochissimi stanno seguendo il reboot di The Twilight Zone firmato da Jordan Peele. Ci siamo esaltati tutti nei mesi passati per l’uscita di questa serie, un po’ perchè la nostra sete di scifi/mistery non è mai sazia, un po’ perchè Peele è un nome caldo nell’industria dell’intrattenimento e tutto ciò che tocca ultimamente diventa oro. Nei fatti quasi nessuno sta parlando dei quattro episodi usciti finora, forse perchè ormai siamo troppo abituati alle indigestioni netflixiane del binge watching e non riusciamo più a goderci una puntata a settimana. Figuriamoci poi se si tratta di episodi autoconclusivi. Io però ero troppo curioso di questa (ennesima) operazione nostalgica e mi ci sono tuffato con molto gusto. Il risultato è che dopo aver visto questi primi episodi (saranno dieci in tutto) posso già dire con tranquillità che siamo di fronte ad un divertente e gioioso pacco.

L’autore di US dà una bella confezione alla serie, con tanto di sigla revival identica a quella originale e comparendo come narratore nel ruolo che fu di Rod Serling. Alla regia troviamo nomi più o meno accattivanti (tra gli altri la femminhipster Ana Lily Amirpour, il protégé di Peele Gerard McMurray e il regista di San Junipero Owen Harris), mentre ogni episodio ha come guest star almeno un attore figo che tiene in piedi la baracca con la sua interpretazione. E’ il caso del primo episodio, The Comedian, nel quale l’ottimo Kumail Nanjiani si prende la scena nei panni di uno stand up comedian mezzo fallito che scopre, dopo aver parlato con un misterioso individuo al bancone del bar, che può ottenere successo col pubblico parlando male delle altre persone. In più, le persone nominate nel suo spettacolo scompaiono, come se non fossero mai esistite (modificando in questo modo anche la storia e gli eventi a loro legati). Arma a doppio taglio per il protagonista, che finirà con l’abusare di questo “potere”, finendone inevitabilmente vittima. Questo episodio d’apertura è forse il migliore presentatoci finora da The Twilight Zone: se il canovaccio ricorda il classico patto col diavolo di faustiana memoria, la deriva  psicotica presa dal protagonista ci catapulta in un vortice di paranoia molto stuzzicante.

Già col secondo episodio qualcosa inizia a scricchiolare: Nightmare at 30,000 Feet è il remake pari pari del celebre episodio del 1963 ma al posto del gremlin c’è un…podcast su un registratore. Meh. Certo, l’aereo e l’alta quota sono sempre un’ottima location per questo genere di storie (l’ansia è praticamente già incorporata), ma se non fosse per un Adam Scott sclerato in overacting pesante l’episodio si trascinerebbe verso l’inevitabile finale senza particolari scossoni e con un twist piuttosto telefonato. Con Replay, terzo episodio, diretto da McMurray, invece ci avviciniamo un po’ a Black Mirror, con i protagonisti che si affidano ad una videocamera “magica” che col suo rewind fa andare indietro il tempo. E’ l’episodio black e quello più politico, nel quale lo sceneggiatore Selwyn Seyfu Hinds riversa tutte le paranoie e le paure legate al conflitto tra comunità afroamericana e polizia. Questo episodio è una sorta di Get Out per bambini, nel quale la brillantezza e la genialità del film di Peele lasciano spazio ad una retorica un po’ troppo spinta, arginata solo dalla presenza possente e minacciosa di un grande Glenn Fleshler nel ruolo del cop razzista e stronzo.

Con A Traveler, The Twilight Zone ci presenta il suo episodio più corale e quello più vicino alla fantascienza, con un misterioso personaggio venuto dal cielo (lo Steven Yeun di The Walking Dead) che rovina la festa di Natale di un piccolo paesino dell’Alaska, rivelando segreti che getteranno gli abitanti nello scompiglio più totale. Anche qui niente di particolarmente nuovo, ma Yeun è convincente quanto basta e il finale (anche qui non proprio sorprendente) dà un po’ di soddisfazione agli amanti del genere scifi più classico.

Perchè ho definito The Twilight Zone un pacco? Sia chiaro, non è una serie da buttare e fa ciò che ogni serie tv dovrebbe fare, ovvero far scorrere il tempo velocemente divertendo lo spettatore. Il fatto è che viviamo in un’epoca nel quale le serie tv vanno prese molto seriamente e quindi non possiamo fermarci a questa disamina superficiale (purtroppo). Il punto è che tutti gli episodi, nonostante siano impeccabili dal punto di vista stilistico e tecnico, mancano di quella cosa fondamentale per ogni prodotto di genere che si rispetti, ovvero ciò che gli sceneggiatori di Boris chiamerebbero la locura. Ogni cosa, ogni meccanismo, ogni idea in The Twilight Zone sembra vecchia e ingessatapriva di quella brillante follia che contraddistingue, ad esempio, Black Mirror (ma anche in parte un prodotto recente e per nulla entusiasmante come Love, Death & Robots). La serie di Jordan Peele fatica insomma a staccarsi dall’originale degli anni ’60, limitandosi ad aggiornarne le ambientazioni, senza mai rischiare di inventarsi qualcosa di effettivamente nuovo e stimolante. Certo, c’è di peggio in giro (tipo quel carrozzone di Electric Dreams che è riuscito a rovinare i capolavori di Dick), ma per adesso la scintilla non è scattata ed episodi cult non se ne sono visti. Restiamo in attesa e sospendiamo il giudizio, ma da una serie con un potenziale teoricamente infinito ci aspettiamo qualcosa di più.

 


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