Piercing

Torna l’appuntamento con gli Outsider e oggi parliamo di Piercing, secondo lungometraggio di Nicolas Pesce, giovane regista classe 1990 già balzato agli onori del cinema indie americano con il notevole The Eyes of My Mother.

E’ un thriller che incrocia una dark comedy grondante sangue, con citazioni in ogni frame. Il film di Pesce, presentato al Sundance 2018, è tratto dall’omonimo romanzo del giapponese Ryu Murakami, conosciuto in Italia principalmente per Tokyo Decadence. Murakami è uno scrittore con un particolare e distintivo gusto per il macabro e per le perversioni sessuali, caratteristica che ci ha già mostrato ampiamente in Audition, da cui è tratto il cult di Takashi Miike.

Piercing inizia con un uomo che guarda dall’alto una culla, ha un punteruolo in mano e fissa una neonata. Il peggio è scongiurato dalla moglie Mona (Laia Costa) che improvvisamente lo chiama a letto. Quest’uomo è Reed (Christopher Abbott), uno che sotto il classico aspetto da bravo ragazzo nasconde l’irrefrenabile desiderio di uccidere una prostituta. L’omicidio viene pianificato nei minimi dettagli, appuntati rigorosamente in un quadernino. Reed si inventa un viaggio d’affari per poter dare sfogo al suo istinto omicida, prenotando hotel e una escort a domicilio. Mentre attende la sua vittima, Reed indossa un elegante completo e si prepara all’omicidio simulandolo passo dopo passo, in un’esilarante scena che ci catapulta in American Psycho a fianco di Patrick Bateman. Ma quando arriva la escort Jackie (Mia Wasikowska), in pelliccia, guanti di pelle e caschetto biondo, è subito chiaro che il piano di Reed non è destinato ad andare liscio: l’uomo infatti non ha a che fare non con una vittima, ma con una  perfetta controparte per la sua partita con la morte.

Il film è un’elegante e divertente lettera d’amore al cinema di genere, in particolare al thriller italiano anni ’70, Dario Argento in primis. I titoli di testa che ricordano una vecchia VHS, l’utilizzo dello split screen tipico di Brian de Palma, lo strano insetto cronenberghiano che esce dal water dell’appartamento di Jackie, passando per Hitchcock e Lynch. Ottima la scenografia di Alan Lampert, che cattura alla perfezione le palette di colori dei vecchi film horror italiani, con interni curatissimi che richiamano un Wes Anderson in versione dark. Il film si svolge principalmente tra la stanza di hotel di Reed e l’appartamento di Jackie. Le scene che si svolgono nell’hotel corrispondono ai momenti in cui è Reed ad avere in mano il potere ed hanno colori tipicamente maschili come verde, oro e nero. Quando l’azione si sposta nell’appartamento di Jackie, con un cambiamento di dinamica nel gioco, diventa tutto molto femminile, con una moquette rosso intenso che pervade la scena. Gli esterni sono costituiti da miniature di palazzi, con uno sforzo minimo per farli sembrare reali. Questo crea un effetto straniante, come se il film si svolgesse in una realtà alternativa, senza tempo né spazio. Anche la colonna sonora guarda all’Italia, con i Goblin e Bruno Nicolai sullo sfondo.

Piercing è un film perfetto come impatto visivo e sonoro, ma ha forse il difetto – complice anche la breve durata – di non approfondire psicologicamente i personaggi come avrebbe dovuto. Ma resta un film interessante che non può lasciare indifferenti. Buona visione.

Piercing, 2018, Nicolas Pesce


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