The Prodigy

Sapete quanti film sono usciti negli ultimi due anni col titolo The Prodigy? Tre. Per qualche ragione a me sconosciuta li ho visti tutti e tre e la notizia sorprendente è che nessuno dei tre è un film di merda. Se i film di Haughey&Vidal e Nathan Leon sono però rimasti roba di nicchia per fanatici di horror e sci-fi, il nuovo di Nicholas McCarthy (che veniva da una cosa non proprio esaltante come At the Devil’s Door) ha potuto contare su una distribuzione bella potente, sulla presenza della star di OITNB Taylor Schilling e su una buona promozione. I risultati non si sono fatti attendere, con gli incassi che hanno superato di tre volte la cifra spesa per la realizzazione del film. Ma la cosa che conta è che The Prodigy (in Italia presentato con un titolo insensato come Il Figlio del Male) è un buon film, che riesce ad andare oltre la realtà bidimensionale di molti horror contemporanei che non possono vantare l’etichetta di film “autoriali”.

La storia scritta da  Jeff Buhler (sceneggiatore sulla rampa di lancio nella scena horror: suo anche il nuovo Pet Sematary e l’ennesimo reboot di The Grudge che uscirà nel 2020) non è proprio originalissima, ma gli elementi di interesse ci sono. In una notte di mezza estate un serial killer viene abbattuto dalla Polizia in Ohio; nello stesso preciso istante il piccolo Miles viene al mondo in Pennsylvania. Inutile dire che tra i due nascerà un legame particolare (di seguito ci sarà qualche piccolo SPOILER, ma niente di drammatico). Miles è un ometto tutto speciale e dimostra fin dai primi mesi di vita un’intelligenza fuori dal comune. I genitori lo portano da specialisti e dottori di ogni sorta e si convincono di avere in casa un piccolo genio (immancabile la scena del bimbo che risolve il cubo di Rubik). Ma la realtà è ben più complicata e spaventosa. All’interno di Miles infatti sta avvenendo una guerra tra due anime: quella del bambino e quella di Edward Scarka, il serial killer morto, che spinge Miles a compiere gesti violenti e inauditi (tipo ammazzare il cane di famiglia e prendere a martellate un compagno di scuola). L’anima di Scarka non troverà pace finchè non risolverà ciò che ha lasciato in sospeso in vita (ovvero far fuori una povera crista). Sarah (la Schilling), madre del piccolo prodigio, scoprirà lentamente la verità e cercherà di porre fine alla maledizione che ha colpito il figlio.

The Prodigy segue in parte i canoni dei film sulle possessioni (il simpatico Stai zitta troia di merda…smettila di piangere o ti cavo gli occhi…ti guarderò morire che esce dalla bocca del piccolo Miles è in pieno stile exorcist) , ma in questo caso non ci sono demoni da scacciare e preti da chiamare in fretta e furia dal Vaticano: qui si  parla di reincarnazione e si tirano in ballo l’India e la psicologia, portando il discorso su un terreno leggermente diverso. Il bambino protagonista è inerme di fronte alla furia di una presenza in tutto e per tutto umana (che si palesa a più riprese col volto del killer), una presenza che si può accomunare più al Bob lynchiano che ad un demone qualunque. Questo continuo stato di indeterminazione nel quale si trova Miles ha sui genitori un effetto devastante: la paura e la frustrazione iniziali lasciano col tempo spazio alla rabbia, esplodendo nel finale con Sarah assoluta protagonista.

L’assenza di riferimenti religiosi all’interno del film è anche un invito a guardare The Prodigy in una maniera diversa. Non è poi azzardato vedere in Edward Scarka (che è ungherese…) lo straniero che cerca di traviare la meglio gioventù americana. Sotto questa lente il film di McCarthy rischia di essere quasi uno strano esempio di horror trumpiano reazionario, ma probabilmente Buhler ha scelto l’Ungheria come luogo di nascita del “mostro” solo per mere ragioni esotiche. Da non sottovalutare anche il porno-ricatto che Miles fa allo psicologo, che ci fa subito pensare ai mille scandali sessuali che hanno sconvolto Hollywood e lo star system (da Weinstein fino a Michael Jackson). Ma c’è di più: come si deve comportare la società di fronte a delle feroci violenze compiute da un bambino di otto anni? Insomma, The Prodigy al suo interno racchiude alcune tra le più grandi paure dell’America contemporanea ma riesce nell’intento di dribblare la retorica e il metaforone grazie ad un finale particolarmente azzeccato.

The Prodigy è un filmetto che vuole dire poche cose ma le dice bene, senza voler strafare e senza velleità. La tensione è costruita ottimamente e la violenza di Miles è sempre rappresentata in modo credibile e mai esagerato (coi bambini di mezzo c’è sempre questo rischio). E’ anche la consacrazione del giovanissimo Jackson Robert Scott che, dopo aver interpretato il povero Georgie in IT, qui si prende totalmente la scena. Niente più palloncini per lui.

VOTO: 6+


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