After Life

Attendevo in maniera trepidante la nuova serie tv di Ricky Gervais, la prima dai tempi di Derek. La curiosità per After Life era giustificata soprattutto dal fatto che le ultime uscite del comico inglese non sono state proprio esaltanti: Special Correspondents era un filmetto che si dimenticava in venti minuti e il revival di Life on the Road aveva più ombre che luci. Lo stesso Derek era stato un esperimento rischioso e non è stato del tutto capito e apprezzato dal pubblico (giustamente, aggiungerei). Ma Gervais non è di certo finito, basta guardare uno dei suoi ultimi show di stand up comedy per rendersi conto che mantiene intatti stile, brillantezza e quell’amabile cinismo che lo contraddistingue da sempre. After Life era quindi una specie di prova del nove per il padre di The Office, una prova da non sbagliare. E Gervais non ha deluso le aspettative, realizzando una serie che se da un lato può risultare più morbida e meno edgy rispetto alle sue precedenti produzioni, dall’altro convince per il modo in cui mescola con naturalezza generi diversi.

Tony (Gervais) vive da solo con il suo cane e lavora per il giornale gratuito locale (tipo Leggo o Metro, per intenderci) diretto da suo genero Matt (Tom Basden). E’ pesantemente depresso a causa della prematura scomparsa della moglie Lisa e ha perso ogni motivo per vivere, resistendo al suicidio solo per amore del cane Brandy. Vive le giornate stanco e pieno di risentimento verso il mondo, con la sola compagnia di una simpatica prostituta (Roxy, Roisin Conaty) e di un eroinomane (Julian, Tim Plester). Odia tutti e tutto e ogni occasione è buona per risultare annoying. Ma la vita attorno a lui continua a scorrere e, nonostante la sua resistenza, finirà per far nascere in lui un nuovo  bagliore di speranza.

After Life (uscito su Netflix l’8 marzo) è una sorta di concentrato del Gervais pensiero. Se seguite l’attore sui social o se avete visto i suoi ultimi spettacoli, avrete ben presente quali sono i temi che a lui stanno più cari: animali, disabili, difesa dei più deboli. E un’unica, grande, regola di vita: don’t be a dick.

Il personaggio di Tony è probabilmente il più autobiografico che Gervais abbia mai interpretato: un uomo diviso a metà tra cinismo e bontà d’animo, uno che minaccia un bambino con un martello per poi stringere un legame d’amicizia con una vecchietta che passa le giornate seduta di fronte alla tomba del marito. E questo dualismo interno che caratterizza il protagonista si riflette sull’intera serie, nella quale convivono ottimamente momenti comici ed altri drammatici. La comicità la troviamo soprattutto nell’ambiente di lavoro di Tony, per il quale Gervais rispolvera in piccolo il microcosmo vincente di The Office inserendo buffi personaggi ipercaratterizzati con i quali col passare delle puntate si finisce per empatizzare (menzione speciale per il fantastico Lenny interpretato da Tony Way). Ma le risate lasciano spesso posto all’amarezza (e anche alle lacrime in qualche caso) quando Tony cerca di combattere contro i suoi fantasmi. La morte è una costante presenza in After Life e temi da sempre delicati come la malattia, il suicidio, la depressione, la dipendenza, sono trattati con una naturalezza ed una schiettezza che di rado troviamo sul piccolo schermo.

C’è un’altra cosa che Gervais fa in After Life e che è particolarmente importante, ovvero quella che potremmo definire come un’operazione di “normalizzazione” degli emarginati. La prostituta, l’eroinomane, l’anziano malato: persone quasi sempre dipinte come reietti ai margini della società, qui vengono elevati al pari (o quasi, almeno moralmente) delle persone “normali”. Così l’eroinomane non è “il tossico”, ma è l’unica persona che condivide con Tony quel sentimento di rabbia misto a sconfitta che solo chi ha perso l’amore della propria vita può provare. C’è chi ha la forza per cambiare prospettiva e guardare avanti e c’è chi vuole solo che la sua vita di merda finisca il più in fretta possibile. Non c’è una scelta giusta, c’è solo ciò che ognuno sente dentro di sé. Tony sarà più fortunato del suo amico Julian.

E’ innegabile che nella scrittura di Gervais ci sia un po’ di retorica dei buoni sentimenti e spesso la domanda che nasce spontanea è quanto ci sia di genuino in ciò che l’autore mette sullo schermo. Sta al pubblico decidere, anche se è difficile dubitare del buon cuore di Ricky Gervais.

After Life non è un capolavoro, non è nemmeno una serie che sconvolge la scena comedy contemporanea, è però ciò che Gervais sognava di fare da tanti anni e che non era riuscito a fare con Derek. Si ride di Tony e del suo essere uno stronzo cinico e si piange di fronte alla fragilità umana. Si provano un sacco di cose belle guardando After Life ed è una di quelle visioni che ci sentiamo di dire che fanno bene. C’è chi ha detto che Ricky Gervais è diventato “buono”: forse è vero, ma il diventare buoni non significa necessariamente rincoglionirsi, perdere il contatto con la realtà e fare film di merda. Per fortuna non tutti sono come Benigni.

VOTO: 7-


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