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Il nuovo “Il Nome della Rosa” firmato RAI non è niente male

Portare sul piccolo schermo nel formato della serie televisiva uno dei romanzi più iconici del Novecento, già sopravvissuto alla celeberrima trasposizione cinematografica di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, non era certo un’impresa semplice. Eppure, la RAI si porta (quasi) al livello di una produzione anglofona, con una regia di qualità e un cast internazionale (la lingua originale della serie è l’inglese).

Siamo nel 1327: il francescano, ed ex inquisitore, Guglielmo da Baskerville (John Turturro) si mette in viaggio con il giovane Adso, che da allievo è qui trasformato nel figlio di un nobile affascinato dalla spiritualità di Guglielmo, alla volta di un’abbazia nel nord dell’Italia. Come da copione, seguiranno omicidi e un mistero da risolvere. John Turturro, che tra l’altro ha collaborato alla stesura dei dialoghi, rende in modo credibile quello Sherlock Holmes medioevale che è il Guglielmo da Baskerville di Eco: l’interpretazione del già lebowskiano Jesus restituisce al personaggio il suo spessore filosofico (nel romanzo di Eco Guglielmo sintetizza l’approccio empiristico alla realtà) e il contrasto tra fede cristiana, sete di conoscenza e vanità.

Le scelte che distinguono la fiction dal romanzo in modo più evidente riguardano l’ampliamento dell’orizzonte di azione. Mentre gli episodi cruenti che si svolgono all’interno dell’abbazia sono agilmente scanditi dalla trama crime, la narrazione ci porta all’esterno e ci rende partecipi della lotta alle eresie della chiesa cattolica. L’evento che nel romanzo di Eco costituiva il pretesto per la missione di Guglielmo e di Adso, ossia prendere parte ad una disputa sulla povertà tra rappresentanti dell’ordine francescano e del papato avignonese, genera nella serie una trama parallela, guerresca e politica. E qui Battiato (Giacomo eh…) sfodera la sua seconda star internazionale: Rupert Everett nella parte del cattivo inquisitore dominicano Bernardo Gui deciso a porre fine all’eresia dulciniana. Il racconto delle persecuzioni papali della comunità, delle vicende eroiche del suo fondatore fra Dolcino e della sua amante Margherita, sono a volte rese maldestramente, con ralenti a profusione e clima da Il Gladiatore. Nonostante questo, tra monaci psicopatici e misteriosi veleni, un po’ di azione non guasta.

Ammetto: complice la stanchezza, ho dormito bellamente una buona metà del primo episodio, ma chi siete voi per giudicarmi? Nonostante questo, mi sento di affermare senza una dose eccessiva di precauzioni che Il nome della rosa targato mamma RAI non è affatto male come potreste pensare. Staremo a vedere, nel frattempo consoliamoci pensando che si tratta della seconda serie italiana più venduta all’estero dopo Gomorra e che per una volta non ci sono napoletani che si sparano o burini che se vojono pijà li tereni de Ostia.

(non ho nominato nemmeno una volta Game of Thrones, missione compiut…oh no)


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