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Il Film sulle Mestruazioni che ha vinto l’Oscar

Durante la notte degli Oscar, mentre cercavo di non addormentarmi e di non passare all’uso di amfetamine,  ho avuto un sussulto quando sul palco sono salite le vincitrici dell’Oscar al miglior cortometraggio, categoria documentario. Due ragazze simpaticissime e totalmente fuori controllo (la regista Rayka Zehtabchi e la produttrice Melissa Berton), accompagnate da quattro amiche  che sembravano appena uscite da un pub di Londra sbronze. Hanno fatto un bel discorso di ringraziamento pieno di battute sul ciclo e le mestruazioni e subito mi sono chiesto perchè non sapessi nulla su un film candidato agli Oscar che parlava di mestruazioni in India.

Con mia grande sorpresa ho scoperto che Period. End of Sentence. non solo è disponibile su Netflix col titolo piuttosto grigio di Il Ciclo del Progresso, ma che è anche un gran bel film. Il corto ci porta ad Hapur, nell’India rurale del nord, dove grazie all’intraprendenza di alcune donne è stata installata una macchina per stampare degli assorbenti artigianali a basso costo. Chissenefrega, direte voi, ma la cosa assume contorni piuttosto interessanti se si pensa a cosa significa essere una donna col ciclo in India. Prima di tutto, solo il 10% delle donne indiane usa un assorbente. Vi fa schifo? Siete dei razzisti. No vabbè, il fatto è che le mestruazioni in India sono un vero tabù: non solo le donne fanno fatica a parlarne, ma gli uomini non sanno nemmeno cosa siano (o fanno finta di non saperlo). Sarebbe buffa se non fosse tragica la risposta di un ragazzo alla domanda “Sai cosa sono le mestruazioni?”: “sono una malattia che viene SOPRATTUTTO alle donne“. Certo, caro il mio Apu, certo. E’ però indicativo che alla parola mestruazione venga affiancata quella di malattia: fin da bambine le donne indiane vengono indottrinate e spinte a pensare che avere il ciclo sia simbolo di disagio ed inadeguatezza. Se hai il ciclo non puoi entrare nel tempio a pregare. Se hai il ciclo non puoi andare a scuola. Se hai il ciclo non vai bene. Ecco che un assorbente diventa un simbolo rivoluzionario di emancipazione.

Il film parte da questa situazione allucinante per raccontare in maniera avvincente e anche piuttosto divertente la nascita di questa piccola fabbrichetta diy di assorbenti, sostenuta dal progetto nato online col nome di Pad Project, che si batte per tutelare il diritto all’assorbente libero nel mondo. Le donne che lavorano per produrre e vendere gli assorbenti raccontano i loro sogni e le loro storie e vengono così a galla le enormi difficoltà che devono affrontare ogni giorno in quanto donne indiane. Ma nella determinazione delle protagoniste c’è un lume di speranza per il futuro (anche se sognano tutte di fare le poliziotte…mah). Gli Oscar non sono solo un contenitore trash pieno di sterili polemiche e chiacchiericci da bar, ma ogni tanto servono anche per portare alla luce film preziosi che rischiano di passare inosservati a noi plebei, troppo impegnati a chiederci se Bradley Cooper si alza la Gaga o no. Viva gli assorbenti, viva le donne indiane, viva gli elefanti indiani.


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