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Il Corriere – The Mule

Il Corriere – The Mule

Come penso sia successo a molti, The Mule, nuovo film di e con Clint Eastwood (nel 2018 già al cinema con 15.17 Attacco al treno) mi ha ingannato sin dal trailer: credevo che ad attendermi ci sarebbero state atmosfere da thriller, escalation di violenza e tensione continua dipinta sul volto rugoso di Clint. Niente di tutto questo: The Mule è un polpettone moralista che fa solo finta di ricordare i tempi d’oro di Gran Torino. Sentimenti, dialoghi, sfumature emotive, tutto è tagliato con l’accetta: il risultato è un film didascalico che purtroppo abbassa il reazionarismo di Eastwood alla chiacchera da bar. E penalizza l’interpretazione di tutti, da Bradley Cooper buon poliziotto americano ad Andy Garcia, cattivone a capo del cartello della coca.

La storia è ispirata ad un fatto di cronaca risalente al 2014, quando la Drug Enforcement Administration riuscì ad arrestare uno dei più efficienti corrieri della droga del Cartello messicano di Sinaloa. I poliziotti rimasero molto sorpresi quando scoprirono che Tata, questo il suo nickname di strada, era un ottantasettenne veterano della seconda Guerra Mondiale dalla fedina penale immacolata, rimasto coinvolto nell’attività criminale quasi per caso.

Il personaggio di Earl Stone sembra nascere dalla sovrapposizione del suo originale con il Walt Kowalski di Gran Torino: veterano della guerra di Corea (e daje), ex coltivatore di emerocallidi (che non sono una malattia ma dei fiori) fallito a causa del malvagio internet, ha sacrificato la famiglia per inseguire il lavoro. O meglio, ha sempre preferito andare a zonzo per l’America vendendo le sue varietà di fiori alle convention flirtando con signore e signorine, invece di essere un marito affettuoso e un padre presente. Così, quando si trova senza soldi e senza casa, accetta subito l’offerta di uno sconosciuto incrociato al brunch prematrimoniale della nipote. Inizia quindi la sua doppia vita di corriere per il cartello della droga: i trasporti di chili e chili di coca gli fruttano abbastanza soldi per rimettersi in sesto e aiutare la sua famiglia e la sua comunità. Il suo essere anziano (e puntuale) lo porta ad essere trattato con rispetto dai gangster, che hanno imparato a rispettare i suoi tempi, le sue pause e le sue soste per un panino con la porchetta e per una prostituta. Com’è d’obbligo, dall’altro lato della barricata c’è un poliziotto buono (Bradley Cooper), che al contrario di Earl ama la sua famiglia ma è assorbito dal lavoro. Con l’aiuto del suo collaboratore riuscirà a prendere Earl prima che si faccia male.

La fotta del cash

Lo snodo in cui il film potrebbe toccare il punto più alto è quando Earl deve consegnare un carico enorme di coca e armi per i nuovi cattivoni del cartello, ma la moglie è a letto morente, divorata dal cancro. Anche a costo di mettere a rischio la sua vita, per la prima e ultima volta Earl mette in secondo piano il lavoro per la famiglia, per essere al capezzale dell’amata (e assistere al suo funerale). Dico potrebbe perché purtroppo The Mule non ce la fa: i dialoghi pieni di retorica da “prima la famiglia” e una colonna sonora (over)drammatica che entra a gamba tesa come nelle peggiori fiction RAI azzoppano il già stanco cavallo di Clint.

È la sceneggiatura (scritta dal Nick Schenk di Gran Torino) che proprio non funziona, smorzando l’espressività degli interpreti e alimentando una serie di luoghi comuni che sono un insulto all’intelligenza di Clint Eastwood. Il vecchio Earl con le sue tirate sui giovani che stanno sempre al telefono e poi devono cercare su Google come si cambia una gomma, su internet che ha rovinato tutto, che scopre oggi che chiamare un uomo di colore “ne*ro” è un insulto e che esistono lesbiche motocicliste, sembra una caricatura. Come del resto gli stereotipi più triti e ritriti infestano la descrizione di tutti i personaggi: i messicani del cartello sono proprio come ti immagineresti degli ispanici cattivi, tra tatuaggi, barbe e teste rasate, e i ne*ri comunque non sanno usare il cric. Non basta la commovente performance del corpo accartocciato del grandissimo attore e regista o le vedute dei paesaggi americani che scorrono dai finestrini del furgone di Earl a salvare The Mule. Il potenziale sovversivo del film resta nascosto nella rappresentazione della violenza poliziesca, dei fermi stradali e delle irruzioni: solo in quei brevi momenti si intuisce che The Mule avrebbe voluto essere un film politico nel pieno dell’era Trump. Peccato, missione fallita.

VOTO: 5


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