Glass

Unbreakable per me è sempre stato un grosso mah, uno di quei Shyamalan che sì, cioè, figo, però, insomma, mh. Split invece era stato la speranza. Quel finale a sorpresa dopo due ore di show da parte di un James McAvoy in stato di folle grazia aveva spalancato le porte su un nuovo campo da gioco per il cinema di M. Night, quel shyamalanverse all’interno del quale si riversavano non solo tutti e tre gli (anti)eroi (Dunn, Elijah e il Bestia), ma quasi 20 anni di cinema firmato Shyamalan. Glass è la chiusura del cerchio, il finale, lo showdown, il culmine del discorso autoriale portato avanti con imperterrita fiducia e ostinazione dal regista de Il Sesto Senso, in barba a scivoloni e fallimenti. Non è facile dare un giudizio definitivo e netto su un film come questo, perchè la carne al fuoco è tanta, tanti sono i livelli di lettura e le angolazioni da cui si può guardare il film.

Lo dico subito: Glass mi ha annoiato. Tanto. Dopo una partenza promettente e convincente nel suo essere tanto didascalica quanto fuori dai canoni (coi due personaggi clou che si scontrano subito, senza nemmeno darci il tempo di finire di masticare i primi pop-corn), il film spegne il motore e si assesta su un copione ridondante e quasi insopportabile. La prima ora emmezza l’ho trovata faticosissima, il tempo sembrava essersi fermato, mi rigiravo sulla poltrona in attesa di un guizzo, di uno sprint, di un cazzo di Shyamalan twist. Invece niente, Glass è un carro armato che procede lento e inesorabile per la sua strada travolgendo tutto ciò che trova di fronte, comprese le mie, scusate il francesismo, palle. Anche Sarah Paulson è stranamente inefficace e fastidiosa e il solito immenso McAvoy questa volta non basta. Ci sarebbe anche Anya Taylor-Joy, che però decide di restare in un angolo in disparte e di non contare assolutamente nulla. Insomma, questa resa dei conti tra Dunn, Elijah e il Bestia non arriva e bisogna aspettare gli ultimi 20 minuti per arrivare al dunque. Un dunque che non poteva che essere uno scontro mortale, ma un dunque che ci porta fuori dal cinefumetto, fuori dal film di genere, lontano da quello che uno si sarebbe aspettato dopo Split e dopo quasi due ore di cottura a fuoco lento. Sì, perchè Shyamalan col finale di Glass mette un punto (speriamo) a quel meta-discorso sul cinema iniziato in Unbreakable, una riflessione che in Glass diventa assoluta e abbraccia un campo vastissimo.

E’ sempre stata una origin story: era una origin story Unbreakable per la trilogia dell’autore, ma era una origin story anche per tutto un mondo, quello dei cinefumetti, che di lì a poco (eravamo nel 2000) sarebbe esploso cambiando l’industria del cinema. Il bello di Glass sta tutto nelle parole e nei gesti finali dell’Uomo di Vetro, che diventa incarnazione di Shyamalan (creatore e mente suprema) e fa il bello e il cattivo tempo, illudendo gli altri personaggi e lo spettatore. I canoni classici dei cinecomics vengono annientati, lo showdown tanto atteso e telefonato non si svolge in maniera spettacolare sul grattacielo ma in un triste e grigio parcheggio, con la morte che arriva nella maniera meno epica possibile. D’altra parte Elijah e Shyamalan vogliono la stessa cosa: che tutti guardino da una parte mentre il vero piano si svolge dall’altra. Giochino riuscito, tutto bello, bravo M. Night. Resta però un po’ di amaro in bocca, perchè Glass poteva essere una bomba visto il potenziale a disposizione, invece resta un film a metà strada tra il blockbuster e il manifesto cine-onanistico di un autore che troppo spesso è sembrato prigioniero delle sue stesse idee. Ed è un peccato perchè Shyamalan ha dimostrato che quando si concede più libertà di movimento è in grado di tirare fuori ancora dei gran bei film (vedi The Visit). Forza Shyamalan, tifiamo per te.

VOTO: 6-


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