READING

Vice – L’uomo nell’ombra

Vice – L’uomo nell’ombra

Quella del 2019 è la Oscar Race più noiosa della storia. Tra Lady Gaga, i Queen, Glenn Close e il vincitore annunciato ROMA c’era però un film che attirava la mia attenzione. Quel film era Vice – l’uomo nell’ombra, nuovo lavoro di Adam McKay dopo il boom de La grande scommessa del 2016. Avevo voglia di quel cinema à la McKay: un cinema spumeggiante, adrenalinico e ‘stronzo’, a metà tra Scorsese e Oliver Stone, capace di raccontare il lato peggiore dell’America schiacciando sull’acceleratore e ostentando un ghigno sulla faccia. Insomma, in mezzo a un mare di melma pop-trash che manco il Festivalbar, un biopic scomodo e “cattivo” su uno dei più grandi “cattivi” degli ultimi anni – Dick Cheney –, per giunta girato dal regista de La grande scommessa, mi sembrava l’unica cosa su cui investire i 5 euro del cinema del mercoledì sera. Semi-delusione, invece.

Venendo subito al punto, l’aspetto più originale de La grande scommessa non era tanto la rottura della quarta parete ( aka gli spiegoni degli attori rivolti al pubblico) di cui tanto si parlò, quanto piuttosto lo sguardo semi-complice nei confronti di quel gruppo di teppisti della finanza che scommise sul fallimento dell’economia e sul dolore delle persone. L’approccio di McKay era ambiguo, denunciava ma allo stesso tempo sghignazzava, pungeva ma non riusciva a nascondere una certa simpatia per gli antieroi che lo misero in quel posto ai giganti della finanza sperando nella catastrofe globale. Il risultato era una specie di racconto simbolico sugli americani, eterni mostri che mangiano sé stessi come la volpe di Antichrist.

Ecco, tutto ciò manca o quasi in Vice – l’uomo nell’ombra. Seguendo l’ascesa politica di Dick Cheney (Christian Bale), descritto come un goffo leccaculo del potere senza un briciolo di talento o visione, una persona mediocre che scalerà i gradini del partito Repubblicano grazie alla sua attitudine “diesel” al lavoro, il film di Adam McKay replica sì lo stile de La grande scommessa (sguardi in camera, incisi meta-testuali, attori famosi che compaiono dal nulla per spiegare un fatto politico in modo “cool”), ma ne perde lo sguardo laterale sul Male. Insomma, Vice odia Dick Cheney, non lo sopporta, lo disprezza, lo detesta. McKay ci prova a mantenere un approccio “scorretto” per tutto il film (che by the way dura troppo), ma alla fine non ce la fa a non manifestare il suo essere “altro”, superiore e giudicante, nei confronti del politico protagonista, scivolando più volte nel “banale” biopic di denuncia (con tanto di info finali a schermo nero sui morti in Iraq).

Così, privo di quel punto di vista scomodo sui cattivi, Vice – l’uomo nell’ombra finisce con il risultare molto più innocuo, standard e superficiale del suo predecessore. Le stesse invenzioni narrative accompagnate dal ritmo indiavolato, senza uno sguardo originale sul Male, hanno un sapore superfluo e quasi fastidioso.

Speravo di trovare il mio “cattivo” preferito per gli Oscar 2019, invece ho trovato un film pericolosamente simile all’Oliver Stone degli anni 2000.

Gli attori:

Christian Bale/Cheney: professionalità massima. Che dire, impiegato del mese.

Steve Carrell/Rumsfeld: spassosissimo. Ecco, lo spirito maligno de La grande scommessa qui si è conservato.

Sam Rockwell/Bush Jr: buffo ma alla fine sprecato. Il punto di vista di McKay su W. Bush è: “mentecatto”. Grazie.

Amy Adams/Lynne Cheney: tra Lady Macbeth e la sciura brianzola con posizioni naziste. Fa più paura di Cheney.

VOTO: 6


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.