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Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità

Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità

Dopo Le ninfee di Monet, Michelangelo infinito, quel mascalzone di Caravaggio, Schiele il tormentato e Klimt il magnifico, ecco un film “d’artista” come si deve. At Eternity’s Gate (il titolo originale non ammicca al funesto filone di biopic sui grandi artisti della storia) è in senso proprio il film di un artista, il pittore Julian Schnabel, incentrato sul significato del processo creativo. Il regista affida a Vincent Van Gogh il compito di rispondere alle domande sull’arte, trasformando un’epopea personale in una rappresentazione del senso della creazione.

Il film colloca gli ultimi anni della vita del pittore olandese proprio lì, alle soglie dell’eternità, di quel futuro che sarà in grado di comprendere la realtà dipinta dell’artista. Nel febbraio 1888 Van Gogh lascia Parigi e si trasferisce ad Arles, dove resterà per 444 giorni durante i quali realizzerà più di trecento quadri e duecento disegni. Il film ci mostra la tormentata amicizia con Paul Gauguin, l’affetto e il sostegno del fratello Theo, la lotta con le nevrosi che lo portano ad essere più volte rinchiuso in manicomio e infine la morte, misteriosa per le cronache ma sui cui Schnabel fa una scelta narrativa precisa. At Eternity’s Gate non è infatti animato dallo spirito scientifico del documentario: Schnabel ricostruisce la vita di Van Gogh come avrebbe voluto che fosse, aggiungendo, omettendo e inventando. Sceglie di credere che il libro contabile pieno di schizzi attribuiti al pittore e trovato ad Arles nel 2016 sia originale (il Van Gogh Museum di Amsterdam non è di questo parere); che Vincent non sia sia suicidato, ma sia piuttosto un martire dell’incomprensione e dello scherno del suo tempo.

E’ proprio nel finale che è racchiuso tutto il senso del film e il suo potenziale espressivo: l’artista è colui il quale dona il suo corpo al pubblico perché venga ucciso. È vittima consenziente, martire cristologico della violenza del suo tempo. È la carne dell’artista, modestamente avvolta in un sudario, a costituire la sua opera. Schnabel costruisce una potentissima metafora visiva, che vede la sovrapposizione di mostra artistica ed esposizione del cadavere: non riesco a non percepire come violento il gesto dei sereni spettatori presenti alle esequie che prendono i quadri dell’artista come se strappassero pezzi dal suo corpo. Un’immagine pulita ed essenziale, ma di una potenza estrema.

La regia, caratterizzata da inquadrature instabili, traduce poeticamente il brulicare della realtà, tradotta da Vincent col suo tratto brutale. La tecnica cinematografica “fa vedere” come il pittore vede, cerca di ricostruire percettivamente i caratteri estetici dell’esperienza dell’artista. Il giallo che invade lo schermo è nella realtà della natura e nella mente dell’artista allo stesso tempo: attraverso i suoi occhi ci è mostrata una sfumatura altrimenti invisibile. Invisibile anche per “professionisti” della materia, gli uomini di fede: il dialogo, che vediamo quasi alla fine, tra Vincent, figlio di un pastore protestante, e un prete eleva la visione dell’artista di Dio al di sopra della dottrina. L’arte di Van Gogh è per chi crede in Dio, o almeno in una sua certa semplificazione, letteralmente inguardabile.

Uno degli aspetti maggiormente criticati del film è la ricostruzione dell’amicizia con Paul Gauguin (Schnabel attribuisce alla sua partenza da Arles la causa del famoso taglio dell’orecchio), giudicata superficiale e schematica nella resa. Tale semplicità in realtà è messa al servizio della rappresentazione del rapporto tra artista e società. Gauguin cerca la pittura dove pittura non c’è, a Tahiti, per tornare a venderla in un mercato pronto ad renderlo un artista di successo. Vincent al contrario, pur allontanandosi ben poco da Parigi, trova una natura ben più selvaggia e ostile al pubblico della capitale. Ed è proprio nel descrivere il confronto-scontro con il paesaggio che Schnabel (e con lui un grande Willem Dafoe) ci regala momenti di grande intensità, mostrandoci l’arrancare del pittore controvento alla ricerca di una pace mai raggiunta.

In un’epoca in cui i manifesti non sono più di moda e l’arte è sempre più involuta su sé stessa, At Eternity’s Gate suona come una dichiarazione di poetica e un’affermazione del potere delle immagini. Vedere per credere.

VOTO: 7


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