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Rovesciare il tè e spaccare Netflix: “Bander...

Rovesciare il tè e spaccare Netflix: “Bandersnatch”, l’episodio interattivo di Black Mirror

La notizia dell’uscita a sorpresa di un nuovo episodio di Black Mirror mi ha un po’ innervosito, perchè sapevo già che non avrei potuto fare a meno di guardarlo subito, immediatamente, togliendo tempo prezioso alle sbronze natalizie. No, non potevo far finta di niente: Charlie Brooker ormai mi tiene in pugno e non ho più molta scelta [Distruggi il computer].

A quasi un anno dalla quarta stagione Netflix doveva inventarsi qualcosa per dare una rinfrescata ad un prodotto che rischiava di perdere qualche fan per strada a causa della sua ridondanza tematica (e spesso stilistica). Ecco che a Black Mirror viene concesso il lusso di sperimentare ciò che era nell’aria da tempo ma che nessuno aveva ancora osato fare per il rischio di calpestare una merda enorme: il cinema interattivo. Non sto a spiegarvi come funziona perchè è abbastanza semplice e ovvio e non voglio nemmeno soffermarmi troppo su pregi/difetti cinematografici di questo episodio atipico perchè è del tutto ininfluente: ciò che è interessante capire è se questo esperimento sia riuscito o meno.

La risposta è SI. Bandersnatch parte da una premessa piuttosto banale come la storia di un giovane programmatore di videogames, Stefan, che sclera nel tentativo di portare a termine la creazione di un gioco tratto da un librogame. Ma la banalità di questa breve sinossi racchiude già un primo livello di lettura, che si amplia con il passare dei minuti e sfocia in un vero e proprio vortice infernale nel quale cadono tutte le pareti possibili (non solo la quarta, ma anche la quinta, la sesta e la centoventisettesima). Brooker costruisce un labirinto che non è altro che un gioco psicologico con lo spettatore, che inizialmente viene illuso di trovarsi di fronte ad una cazzata nella quale al massimo puoi decidere che musica far ascoltare al protagonista o che tipo di cereali dargli per colazione. Ben presto però le cose cambiano, perchè Bandersnatch (che è anche il titolo del videogame che Stefan ha creato) inizia a mandare segnali inequivocabili di sbandamento, tra autocitazioni (Metalhead e Nosedive), vicoli ciechi e alcuni “percorsi” che sembrano quasi dei bug. Insomma, è il librogame che diventa cinema che diventa videogioco, nel quale lo spettatore/giocatore è il burattinaio del protagonista ma allo stesso tempo è burattino di Netflix. Chi siamo noi? Siamo il player one Stefan, l’onniscente e cinico Colin o la quasi divinità Jerome F. Davies? Più che la curiosità di vedere dove ci portano le nostre scelte (io ne ho provate un po’ e sono giunto a 2-3 finali diversi, ma le possibilità sono ancora più numerose) è questo il giochetto che funziona alla grande in Bandersnatch, il corto circuito tra ideatore, produttore, consumatore e media stesso, nel quale ci si trova un po’ confusi e si ride della propria consapevolezza (sì, ci stanno prendendo per il culo e CI PIACE!). Ci sono stati momenti nei quali ho provato effettiva frustrazione e ho iniziato a fare le scelte più violente possibili, giusto per il gusto di vedere un po’ di azione [CAZZO SI‘]: ecco che dal nulla ti trovi catapultato in una sequenza alla Daredevil e allora alzi le mani, perchè sai che a questo gioco non potrai mai vincere. Brooker con Bandersnatch ci ha fatto provare sulla nostra pelle ciò che hanno provato i personaggi di tanti episodi del suo show, ovvero l’illusione del controllo. E non solo il controllo sulla tecnologia, ma il controllo delle nostre stesse scelte.

[Rovescia il tè sul computer]

VOTO: 7


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