ROMA

Città del Messico, anni settanta. Nel quartiere Colonia Roma la vita di una famiglia borghese si intreccia con quella della loro tata Cleo, tra gioie, dispiaceri e dolori.

  

“A Libo” è la dedica finale di Roma, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, vincitore del Leone d’Oro alla 75a Mostra del Cinema di Venezia. Liboria Rodriguez era la tata di Cuarón, dalla quale ha creato il personaggio di Cleo, intrecciando ricordi e trasfigurazioni dentro il suo personale omaggio. La Roma del titolo  è il nome di un quartiere di Città del Messico, città natia del regista, babilonia di etnie e caste, di disordini tumultuosi e ricordi famigliari. Una capitale che ritorna protagonista dei film del regista, a diciassette anni dal suo Y tu mamá también, che dopo i successi internazionali decide di ritornare alla sue “origini” con un grande affresco personale.

Regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia (dopo l’abbandono del progetto del suo fidale Emmanuel Lubezki) e montatore. Con questo film Cuarón sembra proprio voglia impersonificare il ruolo dell'”autore totale” con in mano l’intero progetto, quando le ambizioni, proporzionate al carico di impegno, aumentano. Ce lo dicono subito i titoli di testa, lunghissimi, con tutte le maestranze del film, e il titolo ROMA tutto maiuscolo, ribadito sia all’inizio che alla fine del film, quasi lapidario, ieratico, prima della citazione «Shanti Shanti Shanti» (Pace Pace Pace), preghiera indiana, già in T. S. Eliot, che ritorna nei titoli di coda dei suoi film, dopo che l’avevamo già vista in quelli de I figli degli uomini.

E niente di strano, dato che si parla di un mastodontico film-memoir che oggi, a quasi sessant’anni, Cuarón può permettersi di fare, in tutta la sua potenza estetica. Girato in 65mm, fotografia luminosissima in bianco e nero, tra lenti piani sequenza quasi invisibili e inquadrature “distaccate”, quasi da demiurgo onnisciente, con una visione d’insieme che vuole mettere le basi per una cattedrale estetica totalizzante. Torna la famiglia (naturale o acquisita), il discorso sui figli già intrapreso in Gravity e I figli degli uomini, l’omaggio al cinema (quello vissuto in sala, nell’esperienza collettiva), qui più volte citato e immortalato nella sua epica d’altri tempi, davanti a coppie di spettatori che si baciano ininterrottamente, fino a una galleria con macchine bloccate che non può che rimandare all’inizio di  di Fellini. Quella usata da Cuarón è una macchina da presa mobile, un faro puntato su quello che vuole farti vedere, quasi a voler spiegare tutto e a imporsi nello sguardo dello spettatore.

Immagine ben evidenziata dall’esclamazione “Io vi guardo da qua” di Cleo ai bambini sulla spiaggia; così, allo stesso modo, la tata guarda i festeggiamenti dei “padroni” a capodanno o l’esibizione di arti marziali dei futuri mercenari. Cuarón dipinge quadri di ricercata perfezione, in un mondo costantemente sotto un controllo che può esplodere da un momento all’altro. Così che l’entrata di un auto troppo grande in uno stretto garage diventa grande esercizio di cura maniacale dei dettagli, metafora dell’ingombro e dell’attenzione per qualcosa, e la mancanza di cura per altre, molto più importanti. C’è un padre che sparisce, come del resto scompare nel nulla anche il compagno di Cleo: uomini “sperduti nello spazio”, come i due astronauti nel film che la famiglia va a vedere, auto-citazione in bianco e nero di un Gravity d’altri tempi.

Non importa quello che ti diranno. Noi donne siamo sempre sole.” dice la madre dei bambini alla tata Cleo. Il film diventa così un accorato omaggio a donne che devono cavarsela senza l’aiuto di nessuno, privo di retorica o di facili vie di fuga. Sullo sfondo un Messico classista, dove la tata mixteca, silenziosa nella sua presenza perenne per accudire i bambini, pulire le cacche del cane e prepare i pasti, diventa il vero perno su cui ruota il senso della storia, mentre i ricchi bevono champagne nel bel mezzo degli incendi.

L’operazione cinematografica è ardua e si rimane quasi abbagliati da tanta ricercatezza, grazie a uno stile che è la linea di demarcazione  di chi non ha per nulla perso la fiducia nel mezzo e nella sua riproducibilità (in sala, in tv, sul computer, l’importante è che lo si guardi). Ma il rischio è che davvero non si riesca mai a toccare il cuore dello spettatore, a conquistarlo a livello emotivo. Certo, ci commuoviamo durante la straziante e indimenticabile sequenza in ospedale o nel vedere i morti in strada durante le rivolte studentesche, ma sono immagini terribili nella loro calibrata bellezza visiva, e quindi mai veramente coinvolgenti. E Roma rimane come imprigionato nella sua stessa ricerca estetica, racchiudendo una certa freddezza di fondo, nascosta sotto una messa in scena maestosa. Non il capolavoro che poteva sembrare, ma un film che rimarrà.

VOTO: 7,5


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