Santiago, Italia

Dopo l’autobiografico Mia madre, Nanni Moretti torna al cinema con un documentario sul golpe militare che in Cile rovesciò il governo socialista di Salvador Allende. Dall’incipit si direbbe che quello che ci aspetta, come nella migliore tradizione didascalica, è un viaggio. Moretti va a Santiago del Cile per raccogliere le testimonianze di chi partecipò al momento felice di effervescenza politica, culturale e sociale che portò Allende al governo e degli stessi militanti desaparecidi, torturati o fuggiti dopo quel tremendo 11 settembre 1973. E invece no. Quella Santiago che il regista ci racconta è in Italia, fatta dalla comunità di persone protette dall’ambasciata italiana prima e poi accolte nel nostro Paese.

Per raccontare questo incontro fortunato avvenuto in un momento tragico, Moretti produce un effetto straniante sullo spettatore: mentre si ha l’impressione di riscoprire un mondo lontano e una storia passata, non si fa altro che restare a casa e ricordarsi che in Italia è esistita una sinistra militante, una Resistenza, un’Emilia Rossa e un momento in cui la solidarietà era un valore ideologicamente incastonato nella lotta politica. Insomma, quando Santiago era anche un po’ in Italia.

Lo stile incalzante della narrativa di Moretti è classico: le interviste frontali a militanti provenienti da differenti ambienti culturali e sociali sono scanditi in capitoli; ci sono registi, scrittori, giornalisti, operai, imprenditori, artisti. Non si distinguono i luoghi in cui si trovano i testimoni, potrebbero essere ovunque, a palesare il loro legame con l’Italia solo la lingua.

Non mancano però nemmeno gli esponenti dell’esercito (armato dagli Stati Uniti) che si fecero autori della carneficina dei (presunti) oppositori al regime. Da come il regista consente loro di raccontarsi non possiamo che farcene una pessima opinione: crudeli e violenti nella peggiore delle ipotesi, stupidi strumenti piegati all’interesse del capitalismo americano nella migliore. Il nome di Pinochet non viene pronunciato neanche una volta. Qui Moretti si prende la libertà di comparire per pochi istanti e dire chiaramente: “Io non sono imparziale”. E in questa nostra età funestata dal politicamente corretto, dalla logica del voto utile, da un grigiore ideologico di cui anche la sinistra è responsabile, sono parole importanti. C’è stato, e dovrebbe ancora esistere, una parte migliore dell’altra, un dialogo politico basato sul confronto tra valori differenti. Dovrebbe essere chiaro, almeno per la sinistra, che fare le cose per molti è meglio che farle per pochi.

Il documentario lancia una critica pesante al vuoto ideologico attuale mostrando il valore umano della militanza politica. Ci si commuove a guardare negli occhi persone che hanno creduto che fosse possibile costruire nel presente una società più giusta, che hanno preferito essere torturati piuttosto che fare i nomi dei propri compagni e che ci parlano di un’Italia che oggi non c’è più, altruista e accogliente.

Insomma Moretti trova una formulazione più che felice alla sua tipica “parzialità” realizzando un documentario toccante senza essere inutilmente nostalgico, violentemente critico senza essere retorico. Se posso incolpare di qualcosa Nanni, è di avermi reso ancora più doloroso, all’uscita del cinema, ricordare chi è il nostro attuale ministro dell’Interno.

VOTO: 8


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