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I Hate Myself And I Want To Die: Natale a 5 Stelle

I Hate Myself And I Want To Die: Natale a 5 Stelle

Ho guardato Natale a 5 Stelle alle quattro del pomeriggio di un freddo martedì per farmi del male. Le pizze surgelate erano finite, i biscotti anche e mettermi a bere mi avrebbe comunque scaldato, rilassato e messo a mio agio. No, avevo bisogno di provare quel senso di colpa misto a disagio che si prova dopo aver mangiato cibo spazzatura senza sosta per un’ora intera. Volevo sentire quella vocina nella testa che ti ripete isterica e martellante “cosa cazzo stai facendo della tua vita?” mentre scrolli sotto ipnosi la dashboard di tumblr per ore (senza avere 17 anni, ma avendone il doppio). Ho guardato Natale a 5 Stelle alle quattro del pomeriggio di un freddo martedì di dicembre perchè è così che si combattono i mostri: lasci che ti vengano vicino, li guardi negli occhi e poi li colpisci. Il film inizia e subito penso che Carlo Vanzina è morto. E’ il primo cinepanettone vanziniano post-mortem, firmato dal solo Enrico, con Marco Risi che si prende i soldi di Netflix, dirige e sta zitto. Ho letto in giro titoli strani, ho letto che questo è un film che “non fa sconti a nessuno” e che “dà brio” alla commedia italiana. No, non è vero. Il film è la solita merda. Forse è il peggior cinepanettone mai realizzato. Il titolo che rimanda ai grillini è solo fumo negli occhi, così come del tutto superflui sono i riferimenti politici all’interno del film, con nomi snocciolati alla rinfusa e buttati qua e là per provocare una qualche reazione nello spettatore e per far capire a quale fazione appartengono i personaggi. Renzi, Salvini, Di Maio, Fico, Gentiloni: tutti citati, nessuno tirato in mezzo alla farsa per davvero, una farsa che vaga tra la commedia degli equivoci più poveramente classica, tra cornuti e donne facili, a Weekend con il morto. Certo, la piddina è una bomba sexy “costretta a mettere gli occhiali da vista per sembrare intellettuale”, il leghista è impotente e il pentastellato è in balìa degli eventi. Ma ciò che abbiamo davanti non è satira, ciò che davvero si ha davanti agli occhi è l’abisso, un buco nero infinito dal quale non c’è via d’uscita. Che brutta fine ha fatto Massimo Ghini. Martina Stella per lo meno è in mutande e reggiseno per tre quarti del film. Passano i minuti e il freddo che sentivo dentro diventa sempre più pungente e glaciale, mi muovo sul divano in cerca di un conforto che non arriverà mai. Cerco con disperazione una scoreggia di Ricky Memphis, una battuta volgare e sporca a sfondo sessuale, un forte colpo nei testicoli di qualche personaggio secondario ma l’unica cosa che ricevo in regalo è un “sticazzi”. Voglio la misoginia, voglio il razzismo, voglio il populismo maschilista becero, voglio le tette di fuori. Invece Biagio Izzo compare vestito da cameriere e passa senza colpo ferire, spingendo un carrello, come se fosse il fantasma di sé stesso. Un accenno di sorriso malinconico compare sul mio volto quando viene finalmente citato il Sud. Poi compare, nei panni di una Iena (riferimento televisivo tagliente) vestito da Babbo Natale, quello che fa le pubblicità e che nessuno sa come si chiama perchè non ce n’è bisogno. Eppure sarebbe così facile ricordarsi il nome di quel povero attore con la faccia anche simpatica, Riccardo Rossi. Nel frattempo il film è precipitato in un vortice di caos, tradimenti e siparietti, tutti ambientati in due camere d’albergo, mentre fuori c’è una Budapest immobile, incosciente, fredda, reazionaria. Un uomo muore, gli amori finiscono, le dignità di uomini importanti spariscono sotto i riflettori di un gran galà. E mentre Riccardo Rossi si prende la sua battuta migliore (“con questo faccio cadere il Governo”), si passa dagli interni dell’hotel alle ringhiere del Ponte della Libertà (già, la libertà…), che domina il Danubio collegando Buda e Pest. Qui, mentre Ricky Memphis pensa al suicidio, un colpo di coda porta il film a scherzare sull’omosessualità. Ma è troppo tardi. Ghini prende sotto braccio l’amico romano e si incammina verso la fine, sotto la neve ungherese, la neve di Natale. Parte la musica, lo schermo diventa nero e compare una scritta che scalda il cuore e mi ridà qualche speranza:


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