Bohemian Rhapsody

La statua di Mercury a Montreux che guarda il lac Léman, la canottiera bianca del Live Aid, Mercury biker, Mercury mondano che organizza festini, Mercury che canta Allah Allah in Mustapha, Mercury con la calzamaglia rossa piena di occhi nel video di It’s Hard Life, Mercury glam capellone dei primi anni, Mercury a mo’ di Elvis in Crazy Little Thing Called Love, Christopher Lambert in Highlander con in sottofondo Who Wants To Live Forever, Mercury con Montserrat Caballé che canta Barcelona.

Il mito dei Queen, il culto dei Queen. La retorica elegiaca di Freddie Mercury, santino pop baffuto che canta We are the champions in coro a Wembley, quando Bob Geldof manco li voleva. I Queen a Sanremo 1984 con Pippo Baudo e Beppe Grillo, Radio Gaga in playback all’Ariston. I muri di Garden Lodge, la casa-corte di Mercury in centro a Londra, i graffiti dei fan poi cancellati da Mary Austin, amica, musa, amante e anima gemella di una vita, Love of my life a cui la casa è rimasta.

Difficile immaginarlo spettatore apprezzante di Bohemian Rhapsody, che più che un biopic su di lui è l’auto-celebrazione dei Queen stessi. Brian May e Roger Taylor (chitarrista e batterista della band) co-producono il progetto, mentre John Deacon (il bassista) non partecipa, ritiratosi da vista pubblica e dalle attività della band da molti anni. Un film faticoso la cui produzione si è protratta nel tempo e sono cambiati attori e registi, tra cui Sacha Baron Cohen che avrebbe dovuto interpretare il cantante ed è finito a scontrarsi con la visione di May e Taylor che volevano una storia “normale” dove non comparissero “nani che trasportavano piatti di cocaina ai party” come lo stesso Cohen dichiarò in un’intervista radiofonica. I Queen in un film per piccoli e grandi, partorito dalla bicefala macchina Fox-Disney, dove l’omosessualità è indicibile e l’AIDS punizione espiatrice. Ne viene fuori un inno bigotto sull’unità della famiglia (qualsiasi essa sia) e sulle colpe da farsi perdonare (Mercury che si scusa davanti ai compagni, in un’immaginario post-scioglimento mai avvenuto, è il punto più pietoso della vicenda).

Ma senza addentrarsi in incongruenze cronologiche, di presenza di baffi o di comparsa della malattia, il problema maggiore del film, oltre all’imbarazzante dentiera applicata a Rami Malek, è la patina dorata che accompagna l’intera pellicola, che diventa un condensato di sequenze già viste con la solita scaletta-gavetta: scoperta dei produttori e successo internazionale con problematiche annesse, narrato ad una velocità tale da voler riassumere il più possibile in poco tempo, finendo per non raccontare proprio niente. Usciti dalla sala non sappiamo qualcosa di più profondo su Mercury che non ci poteva dare l’onnipresente campagna pubblicitaria, come sul suo legame con Mary Austin, né tanto meno sul suo rapporto con i genitori o il compagno. E’ tutto accennato, didascalico, fumettizzato e retorico. Dagli occhiali scuri in conferenza stampa e davanti allo specchio alle facce incomunicabili degli attori che impersonano la band e dei vari manager-produttori (un tuffo vintage luccicante, tra Rock Of Ages e I Love Radio Rock).

Non un momento di vera emozione o epica sentita (dove neanche la creazione in studio di Bohemian Rhapsody sembra possedere l’aura mitica attribuita da fan e non fan), ma un costellato come inesauribile di stacchetti iconografici, al fine di divertire e commuovere il pubblico più generalista possibile, senza disturbare nessuno. Gli appassionati – che se tali dovrebbero indignarsi davanti a un’immagine così poco interessante di quel vulcano che era Mercury – non possono permettere che gli tocchi il loro beniamino, come un Padre Pio con calzamaglia e corona, e corrono comunque impazienti a vedere il film.  Tutti gli altri possono invece godersi i momenti live del film, gli unici in grado di restituire una parvenza spettacolare superomistica in mano a quel regista di superpoteri che è Bryan Singer. E il risultato è il biopic musicale più visto di tutti i tempi.

A Singer e a tutti i responsabili: lasciateci il ricordo dell’indimenticabile videoclip di I Want To Break Free, dove c’è più cinema che in questo film, e lasciateci cantare i Queen sotto la doccia senza dover pensare ai denti di Rami Malek.

VOTO: 5


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