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An Elephant Sitting Still

An Elephant Sitting Still

L’outsider di questa settimana è un film molto importante perché, oltre a essere uno dei più grandi esordi degli ultimi anni, è anche il testamento del giovane e talentuoso regista cinese Hu Bo, suicidatosi all’età di 29 anni dopo aver terminato quello che è il capitolo finale della sua vita. Presentato e acclamato a vari festival tra qui quello di Berlino, dove ha ricevuto la menzione speciale come opera prima, ci ha talmente incuriosito da spingerci ad affrontare questo lungo, doloroso e commovente viaggio di 4 ore.

Il film è ambientato in una delle tante città suburbane della Cina contemporanea, grigie, desolate, malate, soffocate dai miasmi dell’inquinamento che hanno contaminato l’ambiente e le persone, luoghi nei quali il socialismo ha lasciato spazio al più spietato classismo. Siamo in Cina, ma in fondo potremmo essere ovunque.

Qui si intrecciano, nell’arco di una giornata, le vite dei protagonisti. Wei Bu, studente figlio di un poliziotto corrotto, si trova ad uccidere involontariamente un bullo spingendolo giù dalle scale. Wei Bu è infatuato di Ling, imprigionata in un legame malsano con la madre e in una relazione con il vice preside della scuola. Cheng, boss della zona, ha una relazione con la moglie di un amico. Quando la coppia viene scoperta, l’uomo assiste impotente al suicidio dell’amico e viene attanagliato dai sensi di colpa. Infine abbiamo Wang, anziano divenuto ormai un peso per il figlio, che vuole mandarlo in un ospizio per liberare spazio nel piccolo appartamento dove vive con moglie e figlia.

Tutti hanno un motivo per cercare di scappare da un destino ormai segnato, un destino che ha fatto sì che le loro esistenze si legassero indissolubilmente. Il luogo designato per la fuga è Manzhouli, città della Cina settentrionale, dove c’è un elefante che semplicemente resta seduto, immobile, incurante del resto del mondo.

Hu Bo mette in scena una riflessione nichilista e spietata sulla società e sulla natura umana e lo fa con una regia rigorosa, che si prende i suoi tempi, con una camera spesso a mano che si incolla ai protagonisti in lunghissimi piani sequenza. Composizioni visive che sono pura arte, che creano disagio in uno spettatore che di fronte alle immagini sente tutto il peso dell’esistenza sulle spalle e il grigiore della periferia sulla pelle. La sceneggiatura non è da meno, con dialoghi scarni ma incisivi, che sono spesso delle stilettate al cuore.

Ci sono luoghi dai quali non puoi semplicemente fuggire. Sono luoghi dove o nasci ricco o nasci povero, o sei vittima o carnefice. Non c’è speranza, non c’è futuro, nemmeno nella purezza che, per quanto possibile, contraddistingue i nostri protagonisti. Puoi allontanarti da questi luoghi, ma li porterai sempre dentro di te, perché sono parte di te, non potrai mai eliminare il veleno che ti hanno messo addosso. E soprattutto sarai solo, anche in mezzo alla gente, sarai inesorabilmente solo.

Nonostante l’ineluttabilità del messaggio che il regista ha voluto mandarci, pesante come un macigno, Hu Bo ci lascia una speranza, e la speranza è Manzhouli, città della Cina settentrionale, dove c’è un elefante che semplicemente resta seduto, immobile, incurante del resto del mondo.

Putroppo Hu Bo non ha trovato la sua Manzhouli.

An Elephant Sitting Still, 2018, Hu Bo


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