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Widows – Eredità Criminale

Widows – Eredità Criminale

Widows di Steve McQueen indossa il thriller come un travestimento: politica e drama si intrecciano perfettamente dando origine ad un film magniloquente e toccante. Il plot è tratto da una serie televisiva inglese degli anni ’80: McQueen, con l’aiuto di Gillian Flynn, ne sfrutta tutte le potenzialità dando spazio alle vicende emotive delle protagoniste e costruendo una narrazione che viaggia su un doppio binario sentimentale (nel migliore senso della parola) e politico.

Siamo nella Chicago contemporanea (sullo sfondo la crisi economica del 2008). Il gruppo di rapinatori capitanato da Harry Rawling (Liam Neeson) resta ucciso durante un colpo finito male. Peccato che i soldi rubati e andati a fuoco insieme alle vittime appartenessero all’ex trafficante di droga, e oggi candidato alla presidenza del 18esimo distretto, Jamal Manning (Brian Tyree Henry, il Paper Boi di Atlanta). È lui a bussare alla porta di Veronica (Viola Davis), la vedova di Rawling, per presentarle il conto. Per riuscire a mettere insieme i 2 milioni di dollari chiesti dai Manning, Veronica decide di portare a segno l’ultimo colpo architettato dal marito, coinvolgendo nell’operazione anche le mogli dei di lui defunti compagni. Nasce così uno strampalato gruppo di rapinatrici, fatto di donne a cui non resta nulla da perdere: Linda (Michelle Rodriguez), prima picchiata e poi costretta dalla madre a darsi alla prostituzione per tirare a campare, e Alice (Elizabeth Debicki), che ha perso il suo negozio perché il marito ha speso i suoi soldi alle corse dei cavalli invece di pagare l’affitto. La quarta vedova, Amanda (Carrie Coon), resta sullo sfondo e ricomparirà quando sarà il momento del colpo di scena finale.

Il gruppo è capitanato da Veronica, che rispetto alle altre vedove vive nel lusso e nell’agiatezza, grazie alle passate attività illecite del marito. Nelle prime sequenze del film, McQueen affida a lei il compito di raccontare l’elaborazione del lutto, l’assenza dell’amato, coniugando in modo molto efficace intimismo e scene d’azione. È il carico di sofferenza che Veronica e Harry portano con sé a restituire il potenziale drammatico a scene viste e straviste in qualsiasi film d’azione degli ultimi dieci anni. Man mano che l’intreccio si dispiega scopriremo tutti gli snodi salienti di questa relazione fragile e problematica, resa tale soprattutto dalla morte del figlio, ucciso senza ragione da un poliziotto durante un blocco stradale (immancabile quota Black Lives Matter ndr).

Parallelamente a questo sguardo toccante e intimista sui rapporti umani, McQueen svolge una seconda trama di evidente intento politico, intrecciata strettamente alla prima. Mentre le nostre vedove si danno all’organizzazione della rapina, assistiamo alla campagna politica per le elezioni del consigliere del 18esimo distretto di Chicago. Il successo di Jack Mulligan (Colin Farrell), figlio di una dinastia al potere da generazioni, bianco, ricco e ammanicato, è messo a rischio dalla candidatura di Jamal Manning, nero e gangster (come ho già ricordato, è lui a chiedere a Veronica la restituzione dei milioni rubati).

Corruzione, speculazione edilizia, nepotismo e clientelismo: questo è il modo, forse fin troppo didascalico, con cui il regista caratterizza lo scontro politico, o meglio il “commercio del potere”. Anche la rivalità tra avversari è svuotata di significato dato che l’esercizio del potere è di natura esclusivamente economica.

È soprattutto la “trama politica” del film a farsi portavoce della riflessione sulla questione razziale, risolta in modo didattico (la morale è che non ci sono né buoni, né cattivi) ma resa di spessore dalle vicende dei personaggi e dall’interpretazione degli attori (e parlo soprattutto di Viola Davis). E proprio qui è racchiuso il valore del film: nell’intelligenza con cui possiamo essere intrattenuti dal noir, commossi dal drama e abbattuti dalla desolazione morale del contemporaneo. Insomma, nel suo essere un eccellente film “didattico”.

VOTO: 7


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