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7 Sconosciuti a El Royale

7 Sconosciuti a El Royale

Siamo verso le fine degli anni ’60 (1968?). All’hotel El Royale, al confine tra Nevada e California, sette personaggi brutti e cattivi (o belli e cattivi, che dir si voglia) si incontrano per caso: ad unire le loro storie, segreti, complotti e passati violenti. Fin qui insomma niente di nuovo. C’è un prete che ovviamente non è un prete (Jeff Bridges), un agente dell’FBI sotto copertura, una cantante nera in viaggio per Reno (la star del musical di Broadway Cynthia Erivo), una donna che ha rapito la sorella (per motivi che non vi sto a spiegare), un concierge reduce del Vietman (Lewis Pullman), il capo di una setta pseudoreligiosa (interpretato da Chris Hemsworth, ma soprattutto dai suoi addominali). La scoperta dei segreti che si celano dietro alle stanze dell’hotel-casinò innescherà una serie di sanguinosi eventi, ai quali solo pochi sopravvivranno.

Al di là delle vicende dei singoli personaggi, tratteggiati in modo sommario e schematico, l’elemento che dà senso al film è proprio il luogo della sua ambientazione, ovvero il lugubre El Royale. L’hotel si trova esattamente al confine tra Nevada e California, tra lo stato dei casinò e quello dell’amore libero, ma anche tra realtà e fantasia. El Royale è infatti chiaramente ispirato al Cal Neva, costruito proprio sul confine tra i due stati all’inizio del Novecento.

Il Cal Neva Hotel

Già negli anni ’30 al centro di uno scandalo che vedeva coinvolta l’attrice Clara Bow, fu acquistato negli anni ’60 da Frank Sinatra che già ci bazzicava con il suo Rat Pack. Negli anni ’50 fu frequentato da membri della famiglia Kennedy, tra cui anche il nostro John Fitzgerald a cui si allude nel film. Qui Marlyn Monroe trascorse l’ultima settimana della sua vita prima di suicidarsi nella sua casa di Los Angeles. Pittoreschi articoli di cronaca locale facilmente reperibili su internet affermano che si possa ancora sentire il suo fantasma cantare nelle stanze del Cal Neva. Insomma, un luogo perfetto in cui immaginare storie di sordidi complotti che coinvolgono celebrità dello spettacolo e della politica.

Il regista Drew Goddard, sceneggiatore di The Martian e di World World Z e regista di quel capolavoro di The Cabin in the Woods, costruisce il setting protagonista del suo film attingendo all’immaginario del cinema americano noir e non: sullo sfondo Nixon, la Guerra nel Vietnam, la musica Motown, lo spettro dell’omicidio di JFK, l’ossessione (di oggi) per lo spionaggio, la Family di Manson. I personaggi sono “tipici” proprio perché è lo spazio nel quale si muovono a dare spessore alle loro storie: le stanze, i corridoi, i falsi specchi de El Royale sono il dispositivo che aziona lo svolgimento della trama. Ai personaggi non resta che scegliere una mossa tra le possibili, come si sceglie un disco al jukebox o una fetta di torta al distributore automatico.

Detto ciò, potrebbe a prima vista sembrare che il film funzioni come un meccanismo ad orologeria, come una metafora travestita da noir del marcio che c’è dietro alla faccia pulita dell’America. E forse questo è proprio il problema: o vogliamo credere che lo schematismo sia un vizio di forma di un film che vuole restare un giochino allegorico o semplicemente non funziona. E io forse propenderei per quest’ultima ipotesi.

p.s. : se qualcuno volesse fare l’esperienza di passare una notte al Cal Neva, l’hotel è ancora aperto e si fa pubblicità con foto di matrimoni che risalgono almeno agli anni ’80.

VOTO: 6


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