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L’Incubo di Hill House

L’Incubo di Hill House

Quando ho letto che Netflix aveva affidato un’intera serie a Mike Flanagan ero piuttosto contento. Primo, perchè l’horror vero e proprio mancava un po’ nel catalogo seriale di Netflix (a parte qualche surrogato più vicino al mistery e alla sci-fi); secondo, perchè Flanagan ha dimostrato negli anni di essere un ottimo mestierante che porta sempre a casa la pagnotta in un modo o nell’altro (è riuscito a far discreti film anche per Netflix, Hush e Il gioco di Gerald, cosa non comune). Il titolo è L’Incubo di Hill House, tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Shirley Jackson (da cui son già stati tratti in passato Gli Invasati di Wise, filmone, e il trascurabile Haunting – Presenze del ’99). E’ la storia di una famiglia, di una casa stregata e di un passato terribile che torna a tormentare le vite dei sopravvissuti. Sì, niente di innovativo e clamoroso, ma sono anni che accettiamo rigurgiti nostalgici di qualunque decennio possibile, quindi va bene così.

Ho visto 9 delle 10 puntate di Hill House in meno di 48 ore, in un binge-watching compulsivo che solitamente dedico solo a Bojack. Per l’ultima puntata ho aspettato qualche giorno. Durante il periodo di tempo trascorso tra la visione delle ultime due puntate, sui social, su internet e nell’aere sono esplosi i primi giudizi sulla serie. Ovazione. Trionfo. Standing ovation. A quanto pare Mike Flanagan ha sfornato un capolavoro di stile ed atmosfera, sfondando le barriere del genere e portando l’horror su un nuovo livello. La puntata numero 6, Two Storms, è poi descritta come “pazzesca”, una delle cose più belle mai viste in una serie, “indescrivibile”, “la puntata dell’anno”. Poi vabbè, addirittura da qualche parte esce questo titolo:

Capito? La gente che guarda la serie STA MALE. Insomma, Netflix a quanto pare ci ha regalato un assoluto game-changer, che può vantare anche l’endorsement degli endorsement, quello di un signore chiamato Stephen King, che ha definito Hill House “close to a work of genius”. Volendo essere banali, il voto su IMDB è 9,1. Tantissimo.

Ma allora io cosa cazzo ho visto?

La verità è che Netflix ha compiuto il suo capolavoro di marketing, spacciando per autoriale e innovativa una serie banale, ridondante e terribilmente noiosa. E la cosa spaventosa (questa sì, davvero) è che la gente, il pubblico, ha abboccato alla grande. In Hill House, ovviamente, non c’è nulla di nuovo, è una ghost story standard che sconfina un po’ nel drama, ripresa attraverso l’ormai nauseante filtro Netflix e studiata a puntino per il pubblico generalista. Altro che “non è per tutti”. Mike Flanagan è furbo e bravo e riempie le puntate coi suoi feticci (bambini che dormono, incubi, farfalle, corridoi, specchi), prendendosi anche il lusso di girare un episodio in piena libertà stilistica, quell’episodio numero 6 che è senza dubbio la cosa migliore della serie, ma che non può farci gridare al miracolo solo per la presenza di un paio di piani sequenza (e comunque se volete vedere un episodio della madonna con una bara al centro di tutto guardatevi la 5×06 di Bojack. Sì ancora lui).

Ciò che a quanto pare ha fatto particolarmente presa sul pubblico (jumpscares e facce deformate da horror basic a parte) è la particolare attenzione che la serie ha dedicato ai personaggi e alle loro storie private. Cinque fratelli, cinque storie da raccontare, ovviamente piene di disagio e scheletri nell’armadio. C’è il tossico, c’è la lesbo-sensitiva, c’è lo scrittore che ha fatto il cash raccontando la storia della sua famiglia (shame on you!), c’è la depressa e una che per riprendersi dallo shock di un’infanzia difficile ha aperto un’agenzia di pompe funebri. Cinque fratelli cresciuti lontani l’uno dall’altro ma indissolubilmente legati dal ricordo di Hill House, villa maledetta nella quale hanno abitato da bambini (e nella quale la madre si è uccisa spinta da forze oscure ecc ecc). La serie si concentra quasi solo sui turbamenti dei protagonisti, che diventati adulti lottano coi fantasmi del passato e cercano di trovare una via d’uscita dai loro problemi. L’horror è solo uno specchietto per allodole, perchè è chiaro fin da subito che ciò che interessa a Flanagan è raccontare le dinamiche interne ad una famiglia reduce da una tragedia. C’è chi, non a torto, ha tirato in ballo This is us, ma c’è anche qualcosa di Sense8 nel legame speciale tra i cinque fratelli. Insomma, io mi aspettavo un horror e mi son trovato di fronte ad un pippone di quasi 10 ore su una delle famiglie meno interessanti viste sullo schermo negli ultimi anni.

Apprezzo il tentativo di Flanagan e Netflix di mescolare ghost story e drama però, ragazzi miei, nel frattempo è uscita una cosa chiamata Hereditaryche ha messo dei paletti ben definiti attorno ad un certo tipo di cose (il monologo/sclero di Kate Siegel verso il finale fa quasi tenerezza paragonato a quello della Collette nel film di Ari Aster). Insomma, anche quando Hill House si impegna a morte nel darsi un tono “adulto”, finisce col risultare sempre artificiosa, falsa, studiata a tavolino nei minimi dettagli per sembrare ciò che in realtà non può essere. Per fortuna c’è la casa con le sue ombre, i suoi spiriti, i suoi angoli bui: la villa è l’unica cosa bella di una serie che si dimentica troppo in fretta di essere un racconto di fantasmi per inseguire a tutta velocità il metaforone, il viaggio verso la salvezza dei suoi personaggi e altre banalità degne di una fiction Mediaset (quelle RAI sanno fare di meglio).

L’Incubo di Hill House è il più grande abbaglio di questo 2018, una serie inspiegabilmente osannata che si aggrappa con le unghie alla messa in scena di Flanagan ma che sotto la patina di Netflix nasconde un cuore da horror brutto trovato a caso su un sito di streaming pirata. Oggi più che mai è importante non appiattirsi sul livello qualitativo offerto da Netflix e distinguere la merda dalla cioccolata. E se proprio non potete fare a meno di nutrirvi di qualunque cosa vi passi Netflix, per lo meno sceglietevi qualcosa di divertente.

VOTO: 5+


  1. Fabio

    25 ottobre

    Beh, che dire… è proprio vero che “De gustibus non disputandum est”. Leggo questo commento e resto stupito, perché a me questo Hill House non è dispiaciuto affatto. Scrivo, leggo e guardo horror da una vita e francamente trovo abbastanza illogico definire quasi come spazzatura una serie che finalmente riporta sugli schermi storie di fantasmi di un certo spessore e di indubbia qualità. Leggo: “L’horror è solo uno specchietto per allodole, perchè è chiaro fin da subito che ciò che interessa a Flanagan è raccontare le dinamiche interne ad una famiglia reduce da una tragedia”. E allora? Qual’è il problema? Non si può raccontare l’horror attraverso chiavi di lettura diverse? Non si può raccontarlo tra le piaghe di storie normali, umane? Per me questa è una grande qualità, ossia quella di dare un senso a ciò che accade, di dare un corpo e un’anima ai personaggi, senza farli diventare solo lo strumento per quel tipo di horror che trova il suo sfogo nella cieca e insensata violenza, Film come Martyrs o come A Serbian Film o, il peggiore di tutti, The Human Centipede (tutti film che, purtroppo, ho visto, perché non si può scrivere di horror senza conoscerne tutte le sfaccettature e, soprattutto, non si può eventualmente criticare ciò che non si conosce). Ma ho il fondato sospetto che all’autore di questo articolo sia proprio quest’ultimo genere a trovare di suo gusto, in quell’eterna lotta tra il vero horror e la sua più nefasta derivazione: lo splatter. Concludo come ho iniziato De gustibus non disputandum est… questo per dire che questo mio commento al… commento, non è una critica, perchè ognuno è libero di farsi piacere (o no) quello che preferisce. So long.

    • Steiner

      25 ottobre

      Ciao Fabio, grazie per il tuo commento. Io comunque ho citato Hereditary come metro di paragone per un certo tipo di operazione “attraverso” l’horror, non film splatter. E il problema non è che non si può utilizzare il cinema di genere per parlare di altro, ma come lo si fa. Lo ha fatto Babadook, lo han fatto mille film negli ultimi anni. Flanagan con Hill House avrebbe dovuto fare un film o al massimo una miniserie da 4-5 puntate. Questo format penalizza tantissimo il suo lavoro di autore e lo costringe a farcire le puntate di dialoghi e passaggi imbarazzanti che non reggono il paragone con le serie drama a cui vorrebbe lontanamente guardare, finendo con l’appesantire tanto la visione. E comunque stiamo parlando di una serie tv Netflix, non di grande cinema.

  2. Alex

    3 novembre

    Se incroci una macchina contromano in autostrada, probabilmente é un pazzo…se ne incroci a decine probabilmente il pazzo sei tu.

    • Cristina C.

      4 novembre

      In realtà siamo in parecchi a pensarla così. A me fino a un certo punto la serie è piaciuta , buone idee e una buona regia, anche se ha sofferto di eccessive lungaggini che probabilmente un paio di puntate in meno avrebbero evitato. Quello che proprio non riesco a mandare giù sono le ultime due puntate, che hanno mandato tutto in vacca, in my opinion. Mi aspettavo un crescendo di orrore, mi aspettavo sangue e morti, mi aspettavo che Hill House tirasse fuori tutto il suo potere e spaccasse tutto e invece mi hanno dato un epilogo che sarebbe stato perfetto per la pubblicità del Mulino Bianco. Se quindi devo fare un bilancio tra quello che ho apprezzato e quello che invece ho odiato, per me è un no.

  3. lucia

    5 novembre

    Personalmente ho apprezzato la serie pu concordando non abbia nulla a che vedere con il grande cinema . Non mi pare si possa propriamente definire un horror, ma un buon thriller con una buona suspance sì. Il cast è ottimo caspiterina, per non parlare delle scenografie, fotografia e la cura dei dettagli. E’ apprezzabile vedere persone che si alzano dal letto, specialmente un bambino, e non sono truccati di fresco. Ho trovato tutto molto realistico. Unica pecca, ahimè, il finale. davvero un po’ troppo “delicato”.

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