Hold The Dark

Jeremy Saulnier mi è sempre piaciuto un sacco. Mi sono innamorato di lui (un po’ come tutti) con Blue Ruin, poi ho adorato il precedente Murder Party (già nostro Outsider) e mi sono gasato come un matto per quel gioiello grezzo e punk di Green Room. Dopo tre anni di silenzio Saulnier torna con Hold The Dark, produzione originale Netflix, e per la prima volta non mette mano allo script, realizzato però dal suo amicone Macon Blair (attore protagonista di Blue Ruin che ha da poco esordito alla regia con un altro film Netflix, I Don’t Feel At Home In This World Anymore).

Tratto dall’omonimo romanzo di William Giraldi, Hold The Dark ci porta nei paesaggi oscuri e desolati dell’Alaska, tra neve, montagne, lupi e foreste. E gente che muore male.

Keelut, Alaska, villaggio di dieci anime circondato dal nulla. La giovane mamma Medora (Riley Keough, una che per adesso ha fatto solo film fighissimi) beve un tè caldo mentre il suo bimbo gioca all’aperto nella neve. La scenetta idilliaca viene rotta all’improvviso quando il bambino sparisce nel nulla. La madre sa chi sono i responsabili: i lupi. Medora decide così di scrivere una lettera a Russell Core (Jeffrey Wright, il Bernard di Westworld), uno che sulla vita dei lupi ha costruito la sua carriera di scrittore. La donna vuole che Core trovi il lupo che ha ucciso suo figlio e lo faccia fuori. Lo scrittore risponde all’appello e raggiunge la donna, mentre Vernon, il padre del bimbo (Alexander Skarsgard), sta impazzendo in Iraq ed è tenuto all’oscuro della morte del figlio. Lo scenario è destinato però a cambiare con il rientro a casa di Vernon (ferito da un cecchino) e la drammatica scoperta di Russell Core: ad uccidere il piccolo Bailey non sono stati i lupi.

Saulnier torna alle atmosfere cupe ed avvolgenti di Blue Ruin dopo la botta di adrenalina di Green Room e decide ancora una volta di far muovere i suoi personaggi all’interno di un paesaggio sperduto ed isolato, quasi un microcosmo distaccato dal resto del mondo. Così dopo averci fatto assaggiare il caldo soffocante della Virginia e i boschi della costa Pacifica, Saulnier ci porta in Alaska al freddo e al gelo (affidando giustamente la fotografia ad uno scandinavo come Joenck). E’ in questo scenario che prende vita una storia di vendetta (ormai punto fisso di ogni film di JS) tanto violenta quanto rarefatta. Il film parte quasi come un mistery, con lo scrittore spiazzato dal comportamento bizzarro di Medora e dagli avvertimenti criptici di una vecchia indigena che gli consiglia di tenersi lontano dal villaggio e dalla donna che lo ospita, per esplodere poi in una caccia all’uomo sanguinaria e spietata quando Vernon torna dall’Iraq.

Saulnier riesce a mostrarci sequenze di una violenza estrema (la sparatoria/carneficina con il braccio destro di Vernon è una delle scene action più fighe dell’anno) senza sporcare mai troppo il suo film, mantenendone intatto il fascino glaciale e straniante. Va da sé che senza l’entrata in scena di uno Skarsgård fuori di cervello in pieno PTSD Hold The Dark difficilmente sarebbe stato il film che è: al regista riesce molto meglio giocare con assassini e sangue che con una minaccia nascosta ed invisibile. Per capirci: in certi momenti sembra quasi che Saulnier voglia replicare lo schema vincente di The Terror, senza però ottenere lo stesso risultato. Ecco che una gola tagliata o un coltello infilato nel cranio servono a riequilibrare le cose.

Hold The Dark oltre ad essere un film teso e pieno di sequenze al confine con l’horror (la maschera da lupo e la balestra richiamano prepotentemente You’re Next di Wingard) è un film che parla dello stretto rapporto tra uomo e ambiente. E’ l’ambiente in cui cresciamo, in cui ci muoviamo a determinare chi siamo. Nel film di Saulnier l’Alaska è un personaggio attivo nella storia, è il terroir di VanderMeer, è un luogo che ti entra dentro e ti modella a suo piacimento. Ecco che i confini tra uomo e natura cadono, e la differenza tra uomo e lupo non esiste più. E’ un tema delicato da portare sullo schermo, che può facilmente mandare tutto in vacca se non si usa la giusta prudenza. Saulnier però è riuscito a chiudere il cerchio, realizzando un film con una sua anima, un film che riesce ad evitare vie derivative, nonostante di tanto in tanto i richiami di Fargo si facciano insistenti (vedi il poliziotto interpretato da James Badge Dale).

Hold The Dark ci fa guadagnare fiducia in Netflix, che sembra finalmente aver capito come si fa a produrre film thriller/horror di qualità (che poi, tradotto, significa lasciare carta bianca agli autori). Jeremy Saulnier ha superato l’esame della tanto temuta piattaforma streaming, ora la palla passa a Gareth Evans.

VOTO: 7


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