Maniac

Lo ammetto, non sono un fan della filosofia del binge watching: approvo il rilascio in blocco delle stagioni delle serie tv per comodità, ma solitamente non amo passare tutta una giornata, un sabato, a nutrirmi di sensi di colpa e autoaccuse di estrema pigrizia davanti al televisore. Detto questo, sono due settimane che mi trovo a rimandare i miei piani per il weekend (ovvero uscire da casa mia per andare a casa di qualcun altro ad ubriacarmi) per guardare qualcosa uscito su Netflix.

Netflix mi ha abituato a diffidare delle sue produzioni: trovo che siano spesso di plastica, targettizzate in maniera così palese e plateale da non farmi sentire in colpa nell’esplicitare una generalizzazione così sconsiderata come quella poco sopra. Per fortuna ogni tanto esce qualcosa che si impegna tanto per farmi ricredere, anche se niente mi toglierà dalla testa il fatto che anche questo sia un piano ben studiato per ingabbiare il pubblico più scettico e consegnargli prodotti più apparentemente “alti”. Ma forse, oltre alla pigrizia, anche la paranoia potrebbe essere uno dei miei problemi.

Giusto, la paranoia, torniamo al punto: MANIAC. Mi sono interessato a questa recente fatica del gigante dello streaming fin dal primo trailer. Il motivo è abbastanza ovvio per chi mi conosce, ma non si fa troppa fatica ad immaginare che il catalizzatore di tutta l’attenzione siano gli occhioni di Emma Stone, la quale si divide la scena con un dimagritissimo Jonah Hill, in una sorta di rimpatriata dell’ormai lontanissimo SUXBAD (che in Italia, come al solito, venne rititolato con un avvilente Tre metri sopra il pelo).

Maniac è ambientato in un futuro molto prossimo, un futuro con vaghi richiami a Black Mirror e con in prestito qualche idea dal Brazil di Gilliam. Il tutto è corredato da tutti i giusti specchietti per le allodole cari agli amanti del cyberpunk anni 90′ di matrice pop, cercando di rendere il tutto più digeribile anche a chi il cyberpunk non sa nemmeno cosa sia: in poche parole, prendete l’enciclopedia e cercate alla voce Paraculata. La paraculata però funziona bene, complice il comparto attoriale (come per Stranger Things) che tiene botta non solo grazie ai due protagonisti, ma anche per merito di Justin Theroux e Sonoya Mizuno, che fanno forse il lavoro più efficace, con due personaggi che fungono da stacco comico/surreale al tono drammatico alienato che invece il regista Cary Fukunaga vorrebbe dare alla linea principale del racconto.

Ma di cosa parla Maniac? E’ la storia di due giovani, Owen e Annie (Jonah Hill e Emma Stone), che si incontrano, per circostanze casuali, all’interno di una struttura di ricerca farmacologica. Annie ha problemi di tossicodipendenza, Owen è invece un’insieme di schizofrenia, paranoia e depressione. Insieme ad altri pazienti si troveranno nelle vesti di cavie umane su cui verrà testata una medicina dalla misteriosa capacità di guarire traumi esistenziali. I due verranno catapultati in una serie di sogni dove impersoneranno gangster, maghi, elfi e deliri di vario tipo.

Il problema di Maniac non sta solo nella sua pretesa di essere nostalgico in un’ambientazione che, appunto, strizza l’occhio alle storie futuristiche anni 80/90 con tanto di supercomputer semisenzienti, robottini graziosi e minimalismo giapponese. C’è anche la presenza un po’ irritante di personaggi ispirati a manga e anime come la dottoressa Azumi Fujita, caricatura umanizzata della dottoressa sexy, in camice, nascosta dietro i classici occhiali da vista, la quale instaura una sgangherata storia d’amore con l’ancor più macchiettistico dottor Mantleray (non ho spoilerato niente, la tensione tra i due è telefonata sin dalla prima scena in cui compaiono). Inoltre, il mix di problemi esistenziali, psicologia spicciola e traumi di varia natura, messo in scena utilizzando una sorta di espediente delirante che va a pescare praticamente in tutta la cultura pop moderna è, secondo me, troppo.  Tutta la serie di Fukunaga è un grosso calderone di idee disomogenee, messe una in fila all’altra, con l’unico filo conduttore dei legami stretti tra i due protagonisti e tra i due dottori. Ma del resto rimane davvero poco.

Maniac in ogni caso è una serie godibile. Non credo diventerà un cult e anzi, la sensazione che ho avuto dopo averla vista è che sia efficace come prodotto d’intrattenimento ma molto, molto facile da dimenticare (al netto dei quattro attori principali che invece regalano, come detto in precedenza, un’ottima prova). La confusione di base, il carrozzone di citazioni forzate, l’estetica saccheggiata e la scrittura a tratti pigra affossano un po’ un soggetto che aveva tutte le carte in regola per colpire e affondare (tra qualche dialogo ben impacchettato per finire in una storia di Instagram e gli occhioni di Emma Stone), ma per un weekend di pizza e divano, con il freddo alle porte, vale assolutamente la pena schiacciare play.

VOTO: 6,5


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