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Slice

Slice

Io su Slice un pochino ci puntavo. Cioè, non è che mi aspettassi il capolavoro, però il film di Austin Vesely mi sembrava avesse tutte le carte in regola per entrare tra i piccoli cult horror-internettiani del 2018. Giovane regista che viene dal mondo dei videoclip, il rapper cool che debutta nel mondo del cinema, un cast cazzuto e ruffiano con gente come Zazie Beetz e Joe Keery, alone anni80strangerthingsequestecosequa, musichette col synth, pizza, gole tagliate, fantasmi, licantropi e, last but not least, la A24 come distributore (compagnia che ultimamente è quasi una garanzia). Speravo in un altro Wolfcop, ecco. Invece Slice è una delusione totale. Ma andiamo con ordine.

Kingfisher è una piccola cittadina americana nella quale un tempo convivevano (non senza problemi) umani, fantasmi, streghe, licantropi e vampiri. Il nuovo Sindaco Tracy (Chris Parnell) però ha cambiato le cose: fantasmi ghettizzati nella vicina Ghost Town e le altre creature A CASA LORO. La vita trascorre serena a Kingfisher, finchè una notte ad un pizza-boy viene tagliata la gola mentre consegna una pizza nel quartiere dei fantasmi. Poche ore dopo il killer colpisce ancora: altro fattorino sgozzato. Chi è il misterioso tagliagole? La cittadina è in subbuglio: c’è chi punta il dito sulla comunità fantasma e chi crede che dietro tutto ci sia un licantropo solitario (Chance the Rapper), tornato dopo anni in città. La verità, ovviamente, sarà molto diversa e avrà a che fare con una pizzeria e una delle porte dell’Inferno.

Slice è una horror comedy atipica, un film che sfrutta bene l’immaginario fantastico degli anni ’80 ma che non punta con altrettanta decisione sul lato comico, preferendo spesso una terra di mezzo che risulta alla fine essere poco incisiva. Diciamo pure che senza l’ottimo Paul Scheer la comedy sparirebbe quasi del tutto dal film, inghiottita da una serie di elementi disomogenei accatastati uno sull’altro alla rinfusa. E’ chiaro che Austin Vesely (al suo primo lungo) abbia preso Slice come un grosso gioco, un contenitore nel quale sperimentare e fare un po’ il cazzo che gli pare con le cose che ha tra le mani. L’autore può così divertirsi ad interpretare la prima vittima del killer, può sfruttare Chance the Rapper come star da locandina salvo poi relegarlo in un ruolo sciapo (anche se non del tutto marginale), può permettersi una serie di robe insensate esilaranti e, dulcis in fundo, si può prendere il lusso di mandare tutto in vacca con un finale clamorosamente brutto.

Di buono in Slice resta il concept: l’idea dei fantasmi che vivono come normali esseri umani dopo la morte è simpatica (evito di trovarci riferimenti politici perchè non è il caso), Zazie Beetz è sempre una bomba e il finale è talmente brutto da farsi voler bene. Ma quello del finale è forse l’unico caso all’interno del film di Vesely nel quale il brutto si trasforma in bello: per il resto la recitazione pessima (scelta stilistica o no, l’effetto è negativo), gli effetti speciali inguardabili e la mancanza di un vero villain/mostro/cattivone sul quale concentrare l’attenzione, affossano non poco il tutto.

La cosa più bella del film.

Nonostante tutti i difetti di questo mondo Slice resta comunque un film che vale la pena guardare se siete fan di queste cose. Immaginatevi un bizzarro e pasticciato incrocio tra Ghostbusters, Nightmare e una puntata di Scooby Doo. Buttateci dentro Chance the Rapper e della pizza. Quello che otterrete sarà molto simile a Slice, vero fast food-horror.

VOTO: 5+


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