Utøya 22. juli

E’ piuttosto difficile dimenticare quel giorno di luglio del 2011. Anders Behring Breivik, estremista di destra, organizzò da solo un massacro che costò la vita a 77 persone, il più grande attacco alla Norvegia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. A Oslo scoppiarono delle bombe che fecero 8 morti. Ma era solo un diversivo, perchè nel frattempo il killer era già in viaggio per la piccola isola di Utøya, nella quale si stava tenendo un raduno/campeggio dei giovani dell’AUF, il partito laburista norvegese. In tenuta militare e pieno di armi semi-automatiche Breivik iniziò una caccia all’uomo sull’isola, lasciando a terra 69 giovani. Alcuni vennero uccisi in acqua, mentre tentavano di scappare a nuoto dalla carneficina. Il tutto durò 72 minuti. Breivik venne arrestato vivo dalla polizia e in tribunale disse che non si pentiva di quello che aveva fatto, che avrebbe rifatto tutto.

Era quasi inevitabile che prima o poi una storia del genere approdasse sul grande schermo. E’ stato Erik Poppe (uno dei maggiori autori scandinavi contemporanei) a prendersi il rischio di raccontare ciò che successe sull’isola, con un film che già dal titolo si pone come freddo documento dell’orrore: Utøya 22. juli (anche se il primo tentativo lo ha fatto nel 2012 tal Vitaliy Versace, un russo che con il suo Utoya Island su imdb ha la bellezza di 1.7 come media voto).

Erik Poppe dà un taglio particolare al film, puntando tutto su un estremo realismo che parte dalla scelta di far recitare quasi tutti giovani attori esordienti non professionisti e di girare tutto con camera a mano. Per tutto il film restiamo incollati a Kaja (la bravissima Andrea Berntzen), ragazza che cercherà di sopravvivere dopo che che si è scatenato l’inferno, tra corse nei boschi e tentativi vani di ritrovare la sorella Emilie. Il regista sceglie di non mostrarci mai l’autore del massacro (se non per un paio di secondi verso la fine del film), lasciando al rumore degli spari il compito di spezzare senza sosta i pochi momenti di calma che attraversa Kaja. Ecco che Breivik si trasforma in una sorta di mostro-fantasma invisibile che si aggira tra gli alberi mietendo vittime: nessuno lo ha visto, nessuno sa chi è, nessuno sa cosa stia succedendo. Si può solo scappare, cercando di restare il più lontano possibile dal rumore degli spari. Anche la morte non viene mostrata direttamente: è sullo sfondo, è nell’aria, ma non vediamo mai il killer uccidere. Anzichè mostrarci sequenze alla Rampage in pieno stile uwebolliano, Poppe nasconde il sangue, nasconde gli omicidi, mostrandoci la morte solamente in un’unica, estenuante sequenza che è forse la più dura da buttare giù.

Non è un film facile Utøya 22. juli, probabilmente alcuni di voi lo troveranno insopportabile e respingente, ma è senza dubbio un film interessante sul quale discutere. Il film è stato in concorso all’ultima Berlinale ed è stato realizzato seguendo le testimonianze dirette di alcuni dei sopravvissuti. L’autore della strage, Breivik, è stato condannato a 21 anni di carcere.

Utøya 22. juli, 2018, Erik Poppe


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