Hereditary

[ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER O QUELLI CHE POTRESTE CONSIDERARE SPOILER]

La prima volta che ho visto Hereditary al cinema sono uscito dalla sala in silenzio, ho camminato verso la macchina e ho guidato verso casa. Una volta arrivato a casa mi sono reso conto che per tutto il tragitto non ero riuscito ad elaborare un solo pensiero, come se fossi caduto in uno strano stato catatonico o, se volete, sotto qualche tipo di incantesimo. Il finale di Hereditary mi ha scosso. Un turbamento che va oltre il salto sulla poltrona dovuto allo jumpscare di turno o ad una sequenza particolarmente truculenta: il film di Ari Aster mi ha cotto a fuoco lento per più di un’ora e alla fine mi ha travolto emotivamente come non mi capitava da tempo. La seconda volta che ho visto il film sono uscito dal cinema con il sorriso sulle labbra, con meno inquietudine addosso e con molte più certezze.

Hereditary è il migliore film horror degli ultimi anni.

It’s all in the family.

Sulle qualità di Ari Aster non abbiamo mai avuto alcun dubbio (ne abbiamo parlato in maniera approfondita QUI), ma mai avremmo pensato ad un esordio così folgorante e ad un film così pieno di roba. Sì, perchè Hereditary non è solo un horror che “fa paura” ma è anche e soprattutto un’opera studiata nei minimi dettagli, che riprende ed eleva ai massimi livelli temi e caratteristiche da sempre presenti nel cinema del regista newyorchese (la distruzione del concetto di famiglia come valore, l’attenzione maniacale per le architetture e gli interni, il viaggio al confine tra fantastico e reale). In ogni caso stiamo parlando di un film horror, quindi parliamo di orrori.

Hereditary è un film che si può dividere in due parti: una più intima e drammatica, strettamente legata al personaggio di Annie (la madre, interpretata da un’immensa Toni Collette, a cui dovrebbero dare l’Oscar domani senza pensarci due volte), e una più fantastica e legata alla tradizione del racconto horror. La prima parte, che occupa due terzi del film, si concentra su una donna che ha appena perso una madre con la quale ha sempre avuto un rapporto difficile e contrastato, una madre che ha avuto una vita tragica e misteriosa. E’ un lutto che non può essere elaborato, che è impossibile da superare e che andrà anzi aumentando di intensità col passare del tempo (esplodendo dopo lo shock di metà film legato a Charlie). Non c’è sollievo e dove dovrebbe esserci (in famiglia) si cela l’esatto opposto: rancore, frustrazione, odio (ma quanto è bello vedere una madre che urla il suo dolore e disprezzo in faccia ad un figlio cannonaro stordito?). Il risultato è un senso di morte che avvolge la storia appiccicandosi allo spettatore con insistenza, togliendogli il respiro.

Vedere la Collette costantemente sull’orlo di una crisi di nervi è un’esperienza sublime nel senso letterale del termine: era da tempo che la disperazione e la sofferenza non venivano rappresentati con tanto fascino e forza espressiva. A tal proposito non si può non parlare della piccola Charlie (la figlia di Annie, interpretata da Milly Shapiro), con quella faccia così particolare da essere già diventata un’icona ancora prima dell’uscita del film, grazie al suo sguardo perso e ad un’aria creepy che mettono i brividi al solo pensiero (per non citare lo schiocco che fa con la lingua, trovata geniale e riuscitissima, sorta di bomba ad orologeria che vaga per il film). Quando tra 20 anni si penserà ad Hereditary, si penserà soprattutto alla sua testolina.

Annie e Charlie sono assieme a Peter (Alex Wolff, il figlio) e alla buffa anziana Joan (che si rivelerà un personaggio più importante di quanto sembri in un primo momento) i quattro angoli di un quadrilatero maledetto che si svelerà nel finale, quando i sospetti di Annie sul passato della madre (e sul conseguente presente vissuto dalla sua famiglia) si riveleranno più di semplici paranoie e si paleseranno in tutto il loro terrore. Insomma, non giriamoci tanto intorno, stiamo parlando di stregoneria, di adorazione del maligno, di un progetto decennale per portare sulla Terra Paimon, uno dei Re dell’Inferno: una roba fighissima, che Ari Aster nasconde per buona parte del film lasciando qua e là degli indizi e giocando in maniera addirittura ironica con i cliché del genere (prima dell’apoteosi finale assistiamo a sedute spiritiche con tanto di bicchiere che si muove).

La già citata sequenza finale è una di quelle cose difficili da spiegare a parole: una valanga di emozioni e sorprese che travolgono lo spettatore facendogli cadere la mascella al suolo e prendendolo alla gola per lasciarlo solo negli ultimi secondi, quando ormai tutto è compiuto. E la cosa sensazionale è che Hereditary non si inventa nulla di particolarmente originale: se si esclude la autodecapitazione di una Annie volteggiante (una roba dagli echi suspiriani che mi sogno ancora adesso di notte), il resto è tutto fatto di apparizioni improvvise nell’ombra di personaggi inquietanti. Ciò che rende tutto magnifico è il ritmo che Aster imprime al finale, un’accelerazione improvvisa e senza frenate che può per certi aspetti ricordare quella di Mother!, ma con un occhio a The Witch (del quale Hereditary potrebbe quasi essere considerato un mega upgrade).

Ci si potrebbe scrivere un saggio intero su Hereditary, un film che è il frutto di una mente brillante come quella di Ari Aster, che ha osato nel 2018 prendere il tanto sventolato e osannato feticcio della famiglia per farlo a brandelli (in uno dei suoi primi corti raccontava la storia di un figlio che schiavizza sessualmente il padre, stuprandolo a più riprese). E lo ha fatto con un film horror pazzesco, un film che riesce a creare inquietudine anche solo evocando a parole un’immagine (il fratello di Annie che si impicca perchè convinto che la madre GLI ABBIA MESSO DENTRO DELLE PERSONE). Mi verrebbe voglia di esagerare, ma mi trattengo.

Hail to the King. HAIL PAIMON!

VOTO: 8,5


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