Unsane

Lo aspettavamo con ansia il nuovo film di Steven Soderbergh, il tanto chiacchierato horror girato con l’iPhone presentato all’ultima Berlinale a febbraio. Unsane arriva nelle sale italiane a solo un mese di distanza da un altro film di SS, il più pompato e pop Logan Lucky, ma è decisamente tutt’altra musica. A differenza del film con Adam Driver, in Unsane il regista di Atlanta ha potuto fare tutto ciò che ama di più, prendendo il genere horror come punto di partenza per poi sperimentare e divertirsi tra satira, nuovi linguaggi cinematografici e puro cazzeggio.

Avete presente i discorsi che fanno i vecchietti al bar quando parlano di ospedali? Ecco, la storia di Unsane riprende in parte uno dei più grandi incubi dei matusa nostrani, ovvero l’andare in ospedale per un semplice controllo e non uscirne MAI PIU’. Succede esattamente questo a Sawyer (Claire Foy), donna stressata dal lavoro e con una brutta storia di stalking alle spalle, la quale si reca in una clinica per consultare una psicologa e si trova ricoverata in maniera coatta come malata mentale.

Come se non bastasse Sawyer inizia a vedere il suo stalker (Joshua Leonard, il Josh di Blair Witch Project) all’interno dell’ospedale ma, ovviamente, viene presa per matta. Riuscirà la ragazza ad uscirne salva e, soprattutto, sana?

Soderbergh sfrutta la bravura di Claire Foy e gioca con il suo iPhone, incollandosi alla ragazza e seguendola passo passo all’interno della sua (dis)avventura kafkiana, tra primi piani claustrofobici e inquadrature poco ortodosse, quasi da voyeur. Lasciando perdere l’analisi dell’intreccio (la sceneggiatura di Jonathan Bernstein e James Greer, tra The Ward e un horror anni ’90, è poco più che una formalità), è interessante andare a scovare tutti i bersagli che Soderbergh mette nel mirino e che punzecchia (attaccare è una parola grossa) in maniera brillante e cinica. E’ quasi inevitabile che il nemico numero uno qui sia il sistema sanitario americano, visto come una vera e propria macchina infernale che mastica e ingoia i poveri pazienti, stritolati tra una burocrazia senza senso e lo spauracchio delle assicurazioni killer. Il girotondo grottesco tra avvocati e medici della madre di Sawyer (Amy Irving) alla ricerca di una soluzione per tirare fuori la figlia dalla clinica, è tanto divertente quanto inquietante.

Non può ovviamente mancare poi il discorso sui media, sulla tecnologia e sul linguaggio, temi da sempre cari a Soderbergh. E in Unsane il discorso gira tutto attorno al telefono cellulare, oggetto ormai sacro e imprescindibile nelle vite delle persone. Per la protagonista lo smartphone è fonte di salvezza (solo grazie alle chiamate segrete riesce a comunicare con la madre all’esterno della clinica) ma è anche fonte di pericolo, una cosa dalla quale tenersi lontana se vuole evitare di dare appigli al suo stalker (è la prima cosa che Matt Damon, detective anti-stalking, le consiglia di fare nella sua spassosa comparsata). Insomma, Soderbergh mette in mostra le contraddizioni di una tecnologia che ormai è sfuggita al nostro controllo e lo fa, ironicamente, utilizzandola per girare il film.

Essendoci di mezzo una donna vittima di stalking è inevitabile che il film tratti anche il tema più attuale di tutti i temi possibili, ovvero quello della donna vittima della violenza dell’uomo. Violenza che qui non è fisica ma psicologica, un martellamento ai fianchi che porta lentamente verso la follia. Il personaggio di Claire Foy è uno degli esempi migliori visti sullo schermo negli ultimi tempi di donna che lotta per il proprio diritto ad essere libera (dalle rotture di cazzo degli uomini, in ambito sentimentale come sul lavoro).

Ma Unsane è comunque un esperimento che regge anche come semplice film di genere: il ritmo e la tensione sono ad un buon livello, il duello tutto psicologico tra la protagonista e il suo stalker è appassionante e il finale lascia più che soddisfatti, con quella chiusura in pieno stile anni ’80 che tiene sulle spine fino all’ultimo secondo. Steven Soderbergh dimostra ancora una volta di essere in grado di riuscire a realizzare dei film validi senza il minimo sforzo, come se gli bastasse prendere la telecamera (o il telefono, in questo caso) in mano per tirare fuori qualcosa di interessante. Unsane non entrerà nella top 3 della sua filmografia, ma è un film godibilissimo e fresco, che in quest’estate avida di soddisfazioni non può farci che bene.

VOTO: 7


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