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Due brutti Sci-Fi originali Netflix: “Anon” e “Tau”

Su Netflix impazza la fantascienza. Chiamatela sci-fi, chiamatela un po’ come volete, ma la piattaforma streaming ultimamente ha deciso di puntare forte sul genere cyber-distopico-fantastico, sulla scia lunga del successo di Black Mirror. Il problema è che di Charlie Brooker in giro ce n’è pochini e i risultati sono spesso e volentieri deludenti. Le ultime due uscite sci-fi firmate Netflix sono Anon e Tau, due film talmente brutti che non si meritano nemmeno una recensione singola.

Anon

In una non specificata città anglosassone del futuro la criminalità è stata sconfitta dalla tecnologia. Gli esseri umani si sono installati nel cervello Ether, una via di mezzo tra Facebook e i Google Glass che permette di avere informazioni su qualsiasi persona/oggetto si posi lo sguardo. Attraverso Ether è possibile anche inviare ricordi. Insomma, è come avere una Go Pro conficcata in mezzo agli occhi, a cui la polizia, se vuole, può accedere. Clive Owen è per l’appunto uno sbirro che di mestiere incastra i criminali in mezzo secondo frugandogli nella memoria. Le certezze di Clive verranno messe in discussione dalla fig….no pardon, da Amanda Seyfried, misteriosa donna che non ha dati accessibili. Intanto, una serie di omicidi senza colpevole insanguina la città. Le due cose saranno collegate??? SPOILER — NI’

Cosa ci si poteva aspettare da uno Sci-Fi targato Netflix buttato sulla piattaforma senza pubblicità a metà maggio? Il nulla più totale, direte voi non avendo tutti i torti. In realtà una chance ad Anon era giusta darla. E non solo per far delle battute sul titolo come “un film che stimola l’anon”. Il lungometraggio è stato infatti scritto e diretto da Andrew Niccol, uno che ha vinto il BAFTA alla miglior sceneggiatura per The Truman Show e che, come regista, ha girato cose alla fine decenti come Gattaca e Lord of War.

Ora, Andrew Niccol ha sempre pensato di essere un piccolo Philip K. Dick e quindi i suoi film futuristici sono sempre delle specie di mega metafore iperboliche sul presente che sfiorano il paradosso: in Truman Show c’era la vita trasformata in reality, in Gattaca la razza controllata geneticamente, poi di recente c’è stato anche In Time, filmetto con Justin Timberlake e proprio Amanda Seyfried in cui i soldi erano stati sostituiti dal Tempo, con tutte le conseguenze buffe che potete immaginare. Insomma, Niccol non ha esattamente una penna delicata e la sua tecnica potrebbe essere riassunta in “esagerare la realtà del momento e aggiungere tono pessimistico”, però qualche volta ha funzionato bene – vedi Truman Show.  Con Anon, però, nonostante gli sforzi di Niccol, siamo esattamente nel mezzo della palude di mediocrità Thriller/Sci-Fi di cui Netflix è garanzia da un po‘.

In Anon il futuro è il più classico dei futuri che è stato fottuto dai social e Internet, in cui la privacy è scomparsa, i rapporti umani sono al nadir, la polizia controlla il pianeta intero attraverso la tecnologia e l’architettura sembra ispirarsi ai frigoriferi Samsung. Niccol riesce, in un paio di casi, a parlare della realtà aumentata di oggi, in cui quello che succede sui social s’interseca con la vita reale creando dinamiche assurde (della serie: “mi ha chiesto l’amicizia su Facebook, ma se lo incrocio per strada non mi saluta”), ma nel complesso manca coraggio, tutto sembra copiato da Strange Days e Minority Report e, soprattutto, non c’è un’idea forte che crei dei veri paradossi come nei film precedenti. L’atmosfera iper-algida/high tech con glitch qua e là si lascia guardare, Amanda Seyfried se la cava meglio di Clive Owen in versione James Bond fallito ma tutto va a ramengo con la soluzione finale dell’intrigo, talmente sciatta da sembrare quasi ironica.

Non siamo ai livelli di immondizia di Bright e Mute, ma Netflix (anche quando si limita a distribuire) si conferma il killer dei registi indipendenti.              VOTO: 5           (Creutz)

Tau

Io davvero non so più spiegarmi con quale criterio i nostri amici nella stanza dei bottoni di Netflix decidano di produrre i film. Anzi, forse un’idea ce l’ho: saturare il mercato cinematografico di prodotti originali, senza badare a genere, qualità e coerenza, solo per il gusto di esserci ed esserci dippiù. Un fiume di merda (non tutta eh, ci sono anche buone cose che vengono fuori da Los Gatos) che invade le nostre vite e le nostre televisioni al grido di battaglia di Novità!. E in un mondo nel quale un prodotto artistico dopo un mese dall’uscita è già vecchio, questo martellamento senza sosta potrebbe finire per essere vincente. I film originali Netflix in programma per il 2018 sono 82. La Warner ne ha 23. La Disney poco più di 10. Fate voi.

Ecco perchè in fin dei conti non ci stupiamo se nel catalogo della piattaforma streaming spuntano robe come Tau.

Diretto dall’uruguagio Federico D’Alessandro (uno che potrebbe anche avere i numeri avendo collaborato come art director a tantissimi film Marvel e al ciclo di Narnia), Tau è un film di fantascienza brutto e senza idee, che si poggia malamente su un plot scritto da un bambino delle elementari e recitato in maniera imbarazzante dalla bionda Maika Monroe (possibile nuova stellina) ed Ed Skrein. La storia è questa: in un futuro distopico (bastaaaaaaaaaaa) Julia, giovane ladruncola, viene rapita e rinchiusa in casa da un tizio, che si scopre presto essere un genio della tecnologia che sta mettendo a punto un modello di AI rivoluzionario. Julia viene usata come cavia dal suo rapitore, che le innesta una specie di chip nel collo e la costringe ad eseguire degli esercizi e dei test sotto la supervisione di un computer con la voce di Gary Oldman.

Il computer con la voce di Gary Oldman si chiama Tau ed è identico al computer di Ultrahouse 3000 dei Simpsons: tiene in ordine la casa, parla con il suo creatore e quando si incazza ti lancia contro dei droni volanti o, peggio, un robot che sembra uscito da Robocop 2. La ragazza cercherà di scappare da questa prigione ipertecnologica, ma per farlo dovrà vedersela con questa intelligenza artificiale con la voce di Gary Oldman. SPOILER: i due faranno amicizia, l’AI scoprirà di avere dei sentimenti e le bestemmie non serviranno a restituirvi i minuti persi.

Il film di D’Alessandro parte con un’estetica accattivante e cyberpunk in stile Ghost in the Shell, ma visto che la cosa poteva dare un tocco di interesse al film decide di toglierla di torno dopo 4 minuti di orologio per catapultarci dentro la hyper-casa dello scienziato. A quel punto la piattezza regna sovrana ed è curioso come spesso gli interni lussuosi della casa e la recitazione pessima di Skrein portino alla mente 50 sfumature di grigio. Il resto è puro compitino svolto senza particolare passione, con l’abusato discorso sull’autocoscienza dei robot e comiche digressioni sulla creazione che fanno da contorno ai tentativi di fuga della protagonista. Il finale degno di una produzione Asylum è in linea col resto del film. Lasciate perdere.              VOTO: 4             (Steiner)


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