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Il Sacrificio del Cervo Sacro

Il Sacrificio del Cervo Sacro

Steven (Colin Farrel), un chirurgo di successo, conduce un’esistenza serena e adagiata con la moglie Anna (Nicole Kidman) e i loro due figli. Dopo aver fatto entrare nella sua vita e in quella della sua famiglia il giovane Martin (Barry Keoghan), un ragazzo di 16 anni senza padre, le certezze della placida vita del medico iniziano a crollare, fino a una scelta terribile per non perdere tutto. Presentato lo scorso anno al Festival di Cannes, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos The Killing of a Sacred Deer esce finalmente in Italia, con il titolo Il sacrificio del cervo sacro.

Il regista greco (affiancato dal suo fidato co-sceneggiatore Efthymis Filippou) intaglia un altro film “suo”: cinema con una riconoscibilissima estetica glaciale, ambientato in un presente straniante e distopico dove la ricaduta nella violenza, più che un rimedio, diventa un dovere. E al centro di tutto torna così il tema che è il filo-conduttore di tutti i suoi film, ovvero il sacrificio. L’ispirazione viene dalle tragedie greche, dalla religione ortodossa e dalla particolare dedizione del regista per il senso di fato e obbligo terreno.

Nell’Ifigenia in Aulide, la tragedia di Euripide, il comandante dell’esercito greco Agamennone uccide accidentalmente un cervo sacro della dea Artemide. Per ripagare il debito gli viene chiesto di sacrificare la propria figlia. Sembra quasi che Lanthimos si sia ispirato direttamente a questa tragedia per il suo The Killing of a Sacred Deer, dove la figura del ragazzo orfano è messaggera di una sventura che piano piano nel film crescerà sempre di più, verso un epilogo che definirlo tragico è eufemistico.

Ciò che colpisce (e che fa un po’ strano) del cinema di Lanthimos è la capacità di imporsi nell’immaginario cinefilo da Festival e di non riuscire mai a rompere il muro del vero pubblico. E’ come se ci trovassimo di fronte ad opere a loro modo uniche, contemporanee, come teche esposte in qualche mostra incollata al presente. Immagine ben rappresentata dalla canzone Burn di Ellie Goulding cantata a cappella dalla figlia di Farrell. Sacralità e perversione, comicità e tragedia, tutto trascinato da una fotografia e da una maestria registica impressionanti, ma che rivelano una certa frigidità nascosta.

Campi lunghi, grandangoli, lentissimi carrelli che accompagnano i corridoi dell’ospedale e che fanno venire il dubbio che sia tutto un grande omaggio ad Eyes wide shut, anche nei toni lugubri della colonna sonora.. Lanthimos si diverte, gongola nel suo stile (ne ha da vendere) e da buon furbastro sa come inquietare e vincere la noia diffusa che accompagna qua e là il film. Lo spettatore se la cava un po’ meno: il cinefilo prende in esame il film per motivi di interesse strettamente semiotici e cinematografici, ancor prima che di reale profondità, mentre lo spettatore casuale o attratto dalla trama si imbatte in una specie di horror sinistro, quando invece a vincere è una certa banalità di fondo.

Sì, perché il Cervo Sacro è un po’ thriller americano, un po’ grossa produzione europea con inquadrature calibrate alla perfezione (tra sguardi stranianti e curiosi particolari estetizzanti). Così accade che lo spettatore da horror tipicamente americano non può che trovarsi spiazzato dalla singolarità del film, nel suo non avere il male e il bene ben divisi o nell’avere piuttosto riflessioni para-religiose così pesanti. Questa diventa paradossalmente la vera forza del film, di portata internazionale visto il cast e ancor più avvicinabile di The Lobster per il pubblico mainstream, ma che difficilmente verrà ripagata in termini di vendite di biglietti. In quante sale potrà mai uscire, in fondo, Lanthimos?

La profondità simbolica stride, diventa ripetitiva, ma qualcosa di tremendamente affascinante percorre tutto il film che, anche grazie ad un finale molto bello, non si dimentica facilmente. The Killing of a Sacred Deer lascia addosso un profondo senso di angoscia e l’immagine di Barry Keoghan (straordinario) che mangia gli spaghetti è di quelle che si inchiodano nella testa e che bucano lo schermo. Per il resto siamo di fronte, ahimè, alla controllata e magistrale masturbazione (non quella di Nicole Kidman, purtroppo) di un grande autore-stilista contemporaneo.

VOTO: 6,5


  1. cristina

    26 giugno

    Ho una venerazione per Lanthimos.

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