I Love You, Daddy

Louise C.K è un comico, un intrattenitore, un autore. Non è un regista. E sembra che il destino non abbia permesso lo diventi mai. I Love You, Daddy è stato infatti “bloccato” prima della sua uscita alla fine dello scorso anno a seguito dello scandalo masturbatorio  che ha colpito il suo ideatore. Paradossale, visto che la trama del suo primo (e quindi forse unico) film attraversava temi come il sessismo, la perdita della verginità, la crisi del padre, l’abuso sessuale, addirittura la pedofilia, per non parlare di grevi e spudorate ironie sulla masturbazione.

Neanche a farlo apposta, cerca di uscire un film così e il suo regista viene rovinato in toto per motivazioni analoghe. E il suo film con lui, stroncato dai critici americani e bastonato dal sito Roger Ebert attraverso una crociata senza pietà. L’eterno dilemma del giudizio di un’opera e con essa dei valori morali del suo autore. Ma queste cose è meglio lasciarle agli americani, che di puritanesimo e ipocrisie ne sanno a pacchi.

Se torniamo al film, la cosa che stupisce di I Love You, Daddy è la tenerezza di fondo che attraversa l’intero film. La storia di un padre single e solo, che non sa più dove andare, autore televisivo di successo con un mito da venerare (il regista Leslie Goodwin, interpretato da John Malkovich), che si metterà tra lui e la figlia China (Chloë Grace Moretz) come possibile predatore anziano. China fin dall’inizio è la tipica ninfetta un po’ Lolita, un po’ furba, un po’ falsa, un po’ ingenua, e Goodwin è il vecchio porco pelato che si infatua e la convince a seguirlo in giro per il mondo. Ma nulla è come sembra, i ruoli si ribaltano e al centro di tutto è la crisi di un certo patriarcato, con il ruolo di padre ormai goffo e impacciato, che non sa dire di no e pensa solo al peggio per la figlia, quando invece lei è molto più intelligente e meno superficiale di quello  che sembra.

Il nostro Louise finirà per perdere tutte le certezze e con esse anche i suoi punti di riferimento lavorativi. Mentre la figlia capirà un po’ di cose sulla vita. Divertente, intelligente, mai banale e arguto nelle riflessioni, I Love You, Daddy è un caustico omaggio a Manhattan di Woody Allen, che diventa un riferimento da esercizio di stile coraggioso ma misurato, con questo bianco e nero molto televisivo e i titoli di testa e di coda che rimandano ai film degli anni trenta, colonna sonora compresa. Habitat alto-borghesi newyorchesi, dialoghi su ogni possibile argomento dall’inizio alla fine del film, insicurezze e paranoie, difficoltà sentimentali: tutte caratteristiche che rimandano a Woody Allen, che di amori tra una ragazza giovanissima e un uomo molto più vecchio di lei ne parlava già da in quel film del 1979 (cosa che oggi, a distanza di anni, ha fatto molto discutere).

Alla fine hai come l’impressione che “cinema” non lo diventerà mai, che l’effetto non vada oltre a quello di un buon prodotto ben scritto e ben congegnato. Ma che comunque lascia qualcosa di importante sulla vita e sul ruolo di un padre oggi, in un mondo dove tutti sembrano non capire più chi sono o cosa vogliono, ma desiderano a più non posso essere qualcosa e sentirsi a loro volta, desiderati.

I Love You, Daddy, 2017, Louis C.K. 


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