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Dentro l’America paranoica e scabrosa di Ari Aster: i cortometraggi del regista di “HEREDITARY”

Stiamo tutti aspettando l’uscita di Hereditary un po’ come certa gente aspetta il messia. Il 19 luglio sarà il d-day e finalmente potremo goderci in sala il debutto di Ari Aster, film che ha sconvolto il pubblico del Sundance e che è stato già descritto come uno dei più terrificanti degli ultimi anni. I trailer lasciano ben sperare e la faccia della piccola protagonista è di quelle che toglie il sonno. Ma sarà giustificato tutto questo hype attorno ad Hereditary o si tratterà di un’operazione di marketing ben studiata?

Per chiarirci le idee siamo andati a guardarci i sei cortometraggi che  il regista newyorkese ha diretto dal 2011 al 2016 e la testa ci è letteralmente esplosa. Ci siamo trovati di fronte ad un immaginario perverso e disturbante, un modo di raccontare storie che evita di colpire lo spettatore con mezzi facili (sangue, violenza and co.) ma che lo lavora lentamente ai fianchi, lasciando una profonda inquietudine. C’è un po’ di Todd Solondz nello stile di Aster (la famiglia e soprattutto il rapporto madre-figlio torna prepotentemente in più di uno dei corti), ma c’è soprattutto l’energia di un giovane regista che sin dal primo lavoro fa sentire prepotentemente la sua voglia di imporsi come autore.

Il debutto alla regia di Aster è datato 2011 e si intitola The Strange Thing about the JohnsonsE’ senza ombra di dubbio il film più malato e più incisivo, una sorta di distorsione del complesso di Edipo che lascia davvero a bocca aperta. Per capirci: il figlio di una famiglia borghese cresce con un’attrazione sessuale irrefrenabile per il proprio padre e lo costringe ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà. Una robetta da nulla. Scioccante e satirico, l’esordio di Aster ebbe un successo clamoroso e lo mise fin da subito sotto i riflettori.

Sempre del 2011 è Beau, corto più semplice e divertente giocato tutto sulla paranoia di un uomo (un grande Billy Mayo, già protagonista del corto precedente) che dopo aver subito il furto delle chiavi teme un’intrusione in casa sua. Si parte in chiave hitchcockiana per poi degenerare nel grottesco e nel surreale. Anche qui sullo sfondo c’è il rapporto madre-figlio.

Nel 2013 Ari Aster realizza per Vice Munchausen, un corto che sta a metà tra l’esercizio di stile e la voglia di sperimentare nuove strade. Ancora una volta madre-figlio: il ragazzo sta per partire per il college, la madre è piena di paranoie e paure e non vuole che vada via. Lo avvelena. Aster si tuffa in un mondo saturatissimo che prende un po’ da Tim Burton e un po’ da Wes Anderson e ci regala una favoletta dark in salsa high school totalmente priva di dialoghi e dominata dalle musiche e dai colori. Un piacere per gli occhi, un po’ meno per il cuore.

Con Basically del 2014 Aster vira sulla satira pungente, cambiando stile ma non soggetto: sotto i riflettori c’è una giovanissima borghese americana, la classica teen viziata, che blatera sulla sua vita guardando in camera e rivolgendosi direttamente allo spettatore. Facciamo così un tuffo nella realtà frustrante della nuova America, tra ricchezza ostentata, velleità artistiche e nulla cosmico interiore. E ovviamente anche in Basically grande spazio al rapporto madre (alcolizzata e fuori di testa) e figlia (tipa da Bling Ring tutta fashion e psicofarmaci). Un corto che dietro la facciata da commedia nasconde una tristezza infinita. Potete vederlo su Vimeo cliccando QUI.

Dello stesso anno è The Turtle’s Head, grottesca ed esilarante detective story su un investigatore privato sessuomane al quale giorno dopo giorno si restringe il cazzo. Vorrete perdonarmi l’espressione volgare, ma mi sembrava adatta. Qui Ari Aster torna ad affrontare il tema dell’ossessione per il sesso, ma lo fa attraverso una commedia surreale lontana dalle atmosfere disturbanti di The Strange Thing about the Johnsons. Un film che fa ghignare e che ci regala anche un’interpretazione enorme da parte di Richard Riehle.

L’ultimo corto è del 2016 e si intitola C’est la Vie, anche se potremmo chiamarlo Basically part 2. Il taglio è infatti lo stesso del film del 2014: protagonista che guarda in camera e ci racconta tutto della sua vita. Il soggetto però non potrebbe essere più diverso, dato che qui assistiamo al rant furioso e totalmente folle di un homeless. Interpretato da un bravissimo Bradley Fisher, il nostro amico barbone si lascia andare a massime sulla vita e sul destino degli esseri umani, regalandoci una sorta di bignami di pazza filosofia. Ascoltiamo i monologhi del protagonista mentre lo vediamo muoversi da una parte all’altra di una Los Angeles immensa, inquadrata in maniera spettacolare da parte di Ari Aster, che ancora una volta dimostra di avere una passione per le architetture e per un’impostazione teatrale. Dietro alla degenerazione del bum protagonista si nasconde un velo di poesia. Potete guardare C’est la vie QUI.


  1. Cristina

    15 giugno

    Munchausen è quello che mi è piaciuto di più, The Strange Thing about the Johnsons invece mi ha disturbato un pò troppo.

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