Dogman

Tutto quello di buono che è stato scritto su Dogman è vero: un revenge movie poetico e dolce; una parabola dell’Italia disintegrata di oggi; un western contemporaneo; un quadro; un’opera d’arte; un protagonista – Marcello Fonte – che è già storia del cinema, che è già l’erede del Neorealismo; un film bello; un film bellissimo.

Credo sia dunque abbastanza inutile ripetere a pappagallo gli elogi che hanno investito il nuovo film di Matteo Garrone e il suo incredibile protagonista.  Una cosa forse non è stata sottolineata abbastanza: quella del Canaro verso il bullo Simone è una vera e propria cotta, un sentimento che è prima amoroso e poi di sottomissione. Marcello si prende cura del gangster sbandato come si prende cura dei cani, in un rapporto animalesco e fisico che sta in una zona di confine tra la bromance e la pietà cristiana. Non per nulla, Garrone giustamente rimuove tutte le atrocità del caso di cronaca reale e ci mostra addirittura un Canaro che, dopo aver colpito Simone dentro la gabbia, cerca di curarlo, pronunciando le stesse frasi dolci che usa verso i suoi amati amici a quattro zampe. Ecco, questa fusione di Gomorra con un rapporto quasi omo-erotico è la cosa migliore di Dogman. E la scena in discoteca è la vetta artistica del film.

Dunque capolavoro? Il film più bello dell’anno? Mi viene da dire “sì, ma…”, “forse sì, anche se……”. Insomma, c’è qualcosa di Dogman che non riesce a convincermi fino in fondo, che mi impedisce di abbandonarmi e dire: “sì, è il film dell’anno”. Ma di cosa si tratta?  Si tratta del fatto che con Dogman Garrone è tornato indietro. Un po’ come Kanye West, accusato di non essere più l'”old Kanye” di una volta, Matteo Garrone con il suo nuovo film ha palesemente deciso di rifare  – sfiorando il remake – il suo più grande successo di critica: L’imbalsamatore.  Benché ripulito e meno inquietante del titolo del 2002, Dogman ne è praticamente un clone. Probabilmente smarrito dopo il flop de Il Racconto dei Racconti e i risultati contrastanti di Reality, il regista romano ha deciso di tornare nella sua Comfort Zone, quel mondo poetico e sudicio, dolce e marcio in cui si muoveva il nano omosessuale Peppino. Il che da una parte può essere visto come un ritorno a quello che sa fare meglio, dall’altra come una sconfitta, una presa di coscienza di non saper fare altro. Con Dogman Garrone dà alla critica quello che la critica vuole da lui; con Dogman Garrone garroneggia senza sgarrare. Bello, bellissimo, ma si tratta, in ogni caso, di una soluzione di ripiego e di qualcosa, comunque, di già visto (il crime neo-neo-neo-realista italiano ormai è ovunque). Il risultato è dunque ottimo, solido e geometrico (anche se quel finale senza catarsi sembra quasi indeciso…), ma la sensazione di aver davanti un autore che si rifugia nella propria confort zone è, almeno per me, alla fine, quella che prevale.

Voto comunque alto.

VOTO: 7


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