Atlanta – Stagione 2

Donald Glover è un nome che fino ad un anno fa, quando mi trovavo a parlare della prima, bellissima, stagione di Atlanta, nel 70% dei casi poteva suscitare una sola ed unica reazione: chi?. Da un paio di mesi a questa parte DG è balzato sulla vetta del mondo grazie al ruolo di Lando Carlissian nello spin off di Guerre Stellari Solo, un videoclip che è stato passato anche nei gabinetti delle stazioni di servizio ed è diventato un meme e la sua partecipazione al Saturday Night Live. Sembra che il talentuosissimo ragazzo di Atlanta stia raccogliendo meritatamente i risultati di tutti gli ettari di campi che ha seminato negli ultimi dieci anni di solidissima carriera.

download

Atlanta, come detto sopra, era il preludio a questa esplosione, una prima stagione che è servita ad immergerci nel mondo in cui si muovono Earn (Donald Glover), Alfred Miles a.k.a. Paper Boi (Brian Tyree Henry), Darius (il sempre ottimo Lakeith Stanfield) e Van (Zazie Beetz, fresca dell’avventura in Deadpool 2 con la sua Domino; a mio avviso il personaggio più riuscito e interessante di tutto il film).
Insomma, c’era molta attesa per questa seconda stagione, che doveva confermare o smentire il buon lavoro fatto in precedenza. Hiro Murai alla regia e i fratelli Glover alla penna riescono a superarsi e ad alzare ulteriormente l’asticella: le prime avvisaglie si erano avvertite con un bellissimo trailer (riproposto qui sotto) accompagnato da una hit trapanante del buon Yellow Clouds, dal titolo Gap in the clouds.

La serie tv riprende da dove ci aveva lasciati: Al è ancora nella terra di mezzo di quei rapper che si sono fatti un nome ma che sono ancora ben lontani, sia come mentalità che come numeri, dal poter essere considerati delle star, Earn continua il suo lavoro di manager tutto fare, ma sin dalle prime battute questa stagione sembra lasciare sullo sfondo il luogo, la città, e punta sin da subito a darci una prospettiva più profonda dei personaggi che già conosciamo. Ci imbattiamo così in Alligator Man, lo zio di Earn, in una prima puntata dove succedono un paio di cose determinanti per il rapporto del rapper e del suo manager (spoiler: c’è davvero un alligatore, e compare sulle note della bellissima Hey Love dei Delfonics).

atlanta 2

Ma è all’incirca a metà stagione che tutto comincia ad andare più a fondo, a scavare nei personaggi, sia dal punto di vista tecnico/registico come in Barber shop, sia da quello dei toni dark in Woods (episodio con una scrittura a dir poco brillante dove gli autori utilizzano Al, nella sua lotta tra restare “vero” o mischiarsi al mare di influencer ruffiani che aspirano alla vuota popolarità delle stories su instagram per racimolare sconti e prodotti gratuiti, per porre lo spettatore in una riflessione più ampia rispetto al ruolo che ricoprono i social nella nostra realtà), fino ad arrivare quasi al thriller di Teddy Perkins (se esiste un premio per la “miglior puntata dell’anno in una serie tv” probabilmente verrà vinto da questa), di cui non dico niente perché è praticamente un film a sé. La realtà è che ogni piccola parte di questo ben orchestrato teatrino serve a darci degli elementi sempre più concreti, credibili per entrare in empatia con ogni singola pedina sulla scena.

atlanta3

E il gioco funziona benissimo: vogliamo bene a Darius come ad un fratello, tifiamo per Al e per la sua carriera e vorremmo che a Earn cominciasse a girare tutto per il verso giusto professionalmente e nel rapporto con Van.

La truppa dietro ad Atlanta dimostra così per la seconda volta di avere per le mani una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult, che riesce a mischiare al suo interno una finezza difficile da trovare altrove, contrapposta ad un modo molto pop di riproporre la rozza realtà di quattro comuni mortali che cercano di tirare a campare in una città ostile dove le rapine e i furti si intensificano in base al periodo dell’anno (Robbin Season, ovvero il sottotitolo di questa seconda stagione, è riferito al periodo prima del giorno del ringraziamento, dove i crimini aumentano perché tutti hanno bisogno di più soldi), il tutto impacchettato all’interno di una colonna sonora scelta con la perizia di chi ama la musica e la considera un elemento da usare con coerenza e contesto.

Il risultato è una delle cose più surreali e di qualità che esistano ad oggi nel panorama delle serie tv, convincendoci ancora una volta del talento strabordante e ormai quasi scontato di Donald Glover.

VOTO: 8,5


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.