Loro

Non si contano più gli haters di Paolo Sorrentino. Il regista napoletano sembra diventato improvvisamente il regista italiano con più detrattori: ad ogni nuova uscita cinematografica arrivano puntuali quelli che non ne possono più dei suoi film (che sono poi lo stesso numero dei tanti affezionati e appassionati cultori del suo cinema, a ben vedere). Sono passati diversi anni da L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore, lo stile si è sempre più evoluto, è sempre più cambiato e diventato più personale e riconoscibile, non ripetendosi mai registicamente. A livello di contenuti il cerchio che si chiude con Loro è quello che da Il divo e La grande bellezza si è spostato su dinamiche prettamente italiane, legate a costume, politica, società.

Loro è un po’ la summa di questo cinema incollato alla nostra realtà tangibile, che ha abbastanza poco a che fare con i personaggi “in crescita” di This Must Be The Place e Youth, come del resto anche il Papa di The Young Pope. Sorrentino sfoggia stile da sempre, in una maniera così plateale che diventa una firma inconfondibile ormai, che fa nascere imitazioni, parodie, satira e ammirazioni. Prima del suo cinema c’era ben poco che poteva essere definibile come sorrentiniano, ora è un marchio di forma e contenuto.

LORORICCI

Loro, uscito in due parti (per motivi commerciali? Distributivi? Di durata?), viaggia sui piani del racconto di quello che c’è stato (siamo nel 2006, prima dell’inizio degli scandali). Il racconto diventa sorta di astrazione di una realtà impossibile altrimenti da rappresentare. Perché la vita di Berlusconi è già di per sé cinema e il cinema non può superare qualcosa che è di per sé inarrivabile da qualsiasi immaginazione registica. Ma Sorrentino questo lo capisce subito e quello che costruisce è qualcosa che vuole sviare il rischio di replica dell’originale. I suoi personaggi diventano così comici, grotteschi, agghiaccianti e squallidi al tempo stesso, sorta di maschere dei tanti volti della corte berlusconiana.

Tutto arbitrario, tutto documentato” dice la didascalia di Giorgio Manganelli all’inizio del film. E il film si immerge così in una visione della realtà dei fatti e della falsificazione degli stessi, trasfigurata attraverso personaggi ibridi che ricalcano il vasto parterre di seguaci di Silvio. E lo fa attraverso citazioni e rimandi a non finire, in un catalogo di rimandi al suo stesso cinema fino a chiare fonti d’ispirazione. Una centrifuga continua: dall’esplosione di Zabriskie Point, che da pioggia di rifiuti si trasforma in coriandoli di MDMA, passando per il montaggio frenetico della macchina da guerra scorsesiana di The Wolf of Wall Street o di La grande scommessa di Adam McKay, con personaggi che guardano in camera e interagiscono con lo spettatore. Se Il Divo stava a Casinò, Loro sta a The Wolf of Wall Street (non ne vogliano male i fedeli di Scorsese), con la sua carica pop e di irrefrenabile e bulimica raffica di feste, perdizioni, droghe, stupende donne, musica e innesti esplosivi. Un’evoluzione che si perde e si ritrova continuamente nelle oltre tre ore complessive di film, tra momenti di pura ripetizione dello squallore, che finisce per diventare noia, a istanti dove il film s’illumina completamente, come nel finale del primo capitolo.

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Andrebbero visti insieme i due Loro, per cavalcare l’intera operazione, passando così da Scamarcio-Sergio Morra-Tarantini a Servillo-Berlusconi o Servillo-Ennio Doris (ormai sagoma multiforme, plastilina manierista che trascende il grottesco o la parodia). Ci ritroviamo a ridere di battute che più che ricalcare le originali, incarnano l’essenza dello spirito berlusconiano. Napoli e Milano come un unico grande racconto italiano di un avventuriero barzellettiere e cantante che è finito a fare l’imprenditore e poi il Primo Ministro. Il sottofondo di Scetate di Sergio Bruni introduce la storia di costume che si mischia con la Storia che già tutti noi (in Italia, per lo meno) conosciamo. Inutile ripeterla, inutile raccontarla, si può solo ricalcare il midollo di quello che è stato e ancora ci attanaglia, come le risate che ci troviamo a fare, nella miseria delle stesse battute: esse diventano parte del costume italiano anche dei più lontani avversarsi di Berlusconi e al tempo stesso diventano materiale ormai di tenerezza e affezione, nel ribrezzo del tutto.

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E Sorrentino, come Berlusconi, alla fine rimane nel nostro immaginario. A prescindere dal valore del film stessi, quelli del regista napoletano rimarranno nella cultura pop di questi anni, come parte di un dipinto di Bosch delle solitudini e delle tristezze dei suoi personaggi, con i sottofondi tipici delle canzoni depressive dei vari film. Ci rimarrà Lenny Belardo, come ci rimarrà Jep Gambardella, o il mascherone di Sean Penn. Miss Universo che entra nella piscina con Harvey Keitel e Michael Caine, Titta Di Girolamo che si siede al bancone del bar. E’ questa la forza del cinema di Sorrentino che, piaccia o non piaccia, rimane impresso.

E di momenti iconici in Loro ce ne sono più di uno: dai finti trailer delle serie Mediaset (con la straordinaria Congo Diana o Rita Levi Montalcini con una scollatura improbabile) al compleanno di Noemi Letizia (in un’incredibile sequenza che è lo specchio di un modo di intendere la vita “alla Berlusconi” che mai era stato così straordinariamente sintetizzato in pochi secondi), fino alle Pagine Bianche (accostate biecamente alla letteratura degli Einaudi di Veronica Lario) contenenti il tesoro dell’umanità italiana, ovvero acquirenti possibili di ogni cosa viene a loro proposta.

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Berlusconi-Servillo diventa quasi demoniaco, inquietante, poi di nuovo umano, devastato nella sua pochezza, nel suo essere vecchio e triste, nella sua essenza di piazzista. Fino ad un finale commovente e desolante, che mai ci saremmo aspettati dopo l’intero film, sorta di requiem per una nazione. Si comincia con una morte e si chiude con un’altra morte: sacro e profano, simbolico ma banale. Non importa cosa sia, l’importante è che sia disarmante quanto basta per riportarci a Loro, gli altri che non c’entrano niente con tutto quello che abbiamo visto, che sono estranei alle feste, alle puttane, ai cortigiani e ai leccapiedi. Gli altri vivono accanto alle macerie di quello che un tempo era ben saldo. Loro sono il paese reale.

VOTO: 7


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