The Rain

Oggi vi parliamo della prima serie originale Netflix proveniente nientepopodimeno che dalla Danimarca. The Rain è disponibile con la sua prima stagione sulla piattaforma streaming dal 4 maggio, e ve ne parliamo perché vi vogliamo bene e ci teniamo al vostro tempo. Non vi staremo ad annoiare con inutili dettagli su sceneggiatori o registi, non ne sentiremo spesso parlare e poi i nomi sono troppo complicati.

Il plot è semplice. In Danimarca comincia a piovere e nella pioggia c’è un virus letale. Se ti bagni vieni colpito all’istante da forti convulsioni, vomito e in pochi minuti sei morto. Il Dr. Frederik Andersen, scienziato che lavora per un’oscura società chiamata Apollon, è a conoscenza di quello che sta per accadere e cerca di mettere in salvo la moglie e i due figli, Simone (Alba August) e Rasmus (Lucas Lynggaard Tønnesen), portandoli in un bunker super attrezzato che ha costruito lui stesso in mezzo alla foresta. Tutto ciò non vi ricorda qualcosa? Bei tempi quelli della Dharma.

Il Dottore, dopo aver affidato alla figlia la custodia del fratellino (spiegandole che lui è la chiave di tutto), se ne va perché deve salvare il mondo. È da subito chiaro che l’Apollon ha una parte importante nella creazione di questo virus letale.

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La madre è durata il tempo di uno starnuto e lascia così soli i due fratelli, che passano i successivi 6 anni chiusi nel bunker, aspettando il ritorno del padre.  Il cibo preconfezionato è agli sgoccioli e Rasmus si è stancato di stare sempre nel bunker, cominciando a frignare in maniera insopportabie. Il giovane ha voglia di aria fresca, aria di cui ha evidentemente bisogno anche Simone, che continua a parlare con una tuta anti-radiazioni come se fosse suo padre. I nostri eroi quindi decidono di uscire.

Quello che The Rain ci mette davanti è il tipico paesaggio post-apocalittico: città distrutte e abbandonate, con gli esseri umani scampati al virus trasformati in bestie e disposti a tutto per un po’ di cibo. Simone e Rasmus si uniscono ad un gruppetto di giovani sopravvissuti, capitanati da Martin (Mikkel Boe Følsgaard) ed insieme decidono di raggiungere la sede centrale dell’Apollon, per trovare il Dr. Andersen. Il viaggio ha mille insidie: oltre alla pioggia i ragazzi devono fare attenzione agli stranieri, minacciosi militari che vanno a caccia di sopravvissuti. Tutta questa tragedia comunque non basta a placare i bollenti spiriti dei nostri giovani protagonisti, così eccoci servito l’inevitabile gioco delle coppiette (boooring).

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È da subito ben chiaro che The Rain non è altro che l’ennesimo surrogato di sci-fi apocalittico, con l’aggravante di un’eccessiva dose di dram(m)a adolescenziale. L’impronta è quella di The 100 o The Walking Dead e siamo quindi ben lontani dalle formule nordiche che abbiamo spesso e volentieri apprezzato per le atmosfere malinconiche e oscure (caratteristiche proprie di queste terre) in serie come The Killing o The Bridge. È una serie danese ma potrebbe essere ambientata in qualsiasi altro luogo, non ne noteremmo la differenza.

Abbiamo due protagonisti che dopo dieci minuti dall’inizio della prima puntata prenderesti a schiaffi, a costo di morire sotto la pioggia assassina. Anche gli altri compagni del clan di survivors sono decisamente piatti, senza il minimo carisma (per colpa di una caratterizzazione inesistente) e odiosi. I personaggi di The Rain agiscono completamente a caso, a tal punto che ti chiedi come sia possibile che alla pioggia siano sopravvissuti proprio loro. Roba che se Darwin si risvegliasse oggi e per prima cosa vedesse questa serie probabilmente si suiciderebbe. Le situazioni che i fratelli e la gang si trovano ad affrontare durante il loro viaggio sono a volte talmente assurde e incongruenti col racconto che quello che ti richiedono gli autori va ben oltre la sospensione dell’incredulità.

Le uniche note liete della serie arrivano dal personaggio di Martin e da un’ultima parte nella quale si intravede qualche colpo di coda spettacolare, ma è veramente troppo poco per una serie destinata comunque ad avere buone possibilità di successo negli States, vista la forte impronta ammeregana che caratterizza tutta la produzione (di base è un’americanata in salsa nordeuropea).

Il finale lascia chiaramente intendere la volontà di proseguire il racconto con una seconda stagione. Grazie amici danesi, ma noi saremmo anche a posto così.

VOTO: 4


  1. Giovanni Tani

    17 maggio

    Grazie sbandati vi voglio bene.

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