La Casa di Carta

Che cos’è l’effrazione di una banca di fronte alla fondazione di una banca?Bertold Brecht

Si rincorrono, da alcune settimane, discussioni e giudizi a proposito di La casa di carta, serie spagnola, proiettata originariamente sul canale privato Antena 3 e ora disponibile su Netflix (con conseguente fama mondiale). Nel giro di pochi mesi è diventata la serie non in lingua inglese più vista dell’intero portale, con un effetto corroborante che è racchiuso nella natura stessa del prodotto: adrenalina, frenesia, calma e smaltimento.

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Materiale da bruciare in fretta, in quella bulimica stazione di servizio che è diventata Netflix, dove si possono  praticare maratone e trovare antidoti a insonnia, solitudine e noia. Tutto viene somministrato come da uno zuccherificio o un distributore automatico di serotonina. Il rilascio allo spettatore è immediato, si creano ansie, euforie, gioie, rabbie, nervosismi, commozioni, aspettative e altre emozioni. Poi tutto finisce, e si torna alla vita “normale”. Quasi a dimenticare quello che si è appena visto.

Se gran parte delle serie hanno come sostituito l’attesa spasmodica che potevano dare un tempo i romanzi che uscivano a puntate, oggi l’ansia del cliffhanger è l’ingrediente primario per confezionare un buon prodotto. Come se un cantante indie non avesse un adeguato regista per un videoclip patinato da proporre, o un’adeguata copertina stilosa, o un buon profilo Facebook. Stesso discorso va fatto per il cliffhanger, ovvero quando la narrazione viene sospesa bruscamente in un momento culminante precludendo un colpo di scena inaspettato. Ritmo, tensione, suspense. Globuli che pompano nel sangue, occhi incollati allo schermo (del computer o della tv, non importa) e grande attesa per l’episodio successivo. Attesa che non esiste più, perché l’episodio successivo è già lì che ti attende dopo pochi secondi.

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La casa di carta viaggia su questi binari, su quelli dell’intrattenimento puro. E sa cosa vuole e sa come farlo. Si dice ci siano persone che hanno iniziato a studiare lo spagnolo dopo aver visto la serie. In rete è in vendita il “Costume da Ladro La Casa di Carta” a quasi 30 euro e su Youtube spopola Bella ciao, divenuta il leitmotiv della serie.

La trama. Otto persone, ladri esperti, vengono reclutate da Il Professore per portare a termine una ambiziosa rapina: irrompere nella zecca di Stato spagnola a Madrid e stampare 2400 milioni di euro.

Anziché imbarcarsi in un’analisi profonda, cinefila, politica e sociale, siamo piuttosto ricattati e attanagliati dall’imbuto che Alex Pina (ideatore della serie) ci ha cacciato giù in gola. Possiamo dilungarci a riflettere su questa «allegoria della ribellione» come la definisce Le Monde, si possono fare parallelismi tra le maschere con la faccia di Dalì e quelli di V per Vendetta, sul significato attuale di Bella ciao, che dalla Resistenza viene catapultata a colonna sonora dell’epica da rapinatore “buono” che vuole stampare soldi e non rubarli (esattamente come fece la BCE, facendo giusto qualche piccolo danno), o sulla rinascita dell’orgoglio del popolo contro governo, banche, polizia, per un riscatto che parte dal costruirsi un futuro da miliardari senza dover mai più lavorare.

Ma tutto questo sarebbe anche troppo per La casa di carta. Perché la serie non fa altro che tenerti incollato costantemente allo schermo, per farti innescare la sacra e banale voglia del “cosa succede ora?“.

Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo (i nomi delle città che diventano i nomi dei vari rapinatori, per non svelare le loro vere identità) diventano presto amici, gente “di famiglia”, con le quali fraternizzi e ti leghi come se fossero una squadra di cantanti ad un talent, e che di certo, più che Inside Man di Spike Lee, ricordano le dinamiche di Paso Adelante, che non a caso andò in onda proprio su Antena 3. Sì, perché se gli spagnoli son bravi a spingere il pedale è sempre nell’eccesso, nel sovradosaggio di tempi ed emozioni, proprie delle telenovelas (più brasiliane che spagnole, ma nell’immaginario tutto quello che è tra il portoghese e lo spagnolo dell’America Latina, diventa anche spagnolo), ma anche dell’universo mediterraneo.

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I rapinatori de La Casa di Carta

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Il colorato e tamarro cast di Paso Adelante

Certe sequenze della serie fanno così quasi tenerezza nella loro enfasi melodrammatica, a tratti imbarazzante (quando non proprio fuori luogo) nel loro esplodere improvvisamente, tra un AK-47 e una mitragliatrice. I difetti son tantissimi. Per cominciare, la voce narrante e petulante di Tokyo, interpretata dalla bellissima Úrsula Corberó (sorta di incrocio tra Nikita e la bimba di Léon), personaggio tanto irritante quanto attraente. Poi le incongruenze del racconto, con i sessanta ostaggi che si trovano in un luogo non meglio specificato e gli otto rapinatori che ciarlano tutti assieme appassionatamente in più di un’occasione. Arturo, insostenibile, non si capisce mai cosa dovrà combinare da un momento all’altro e della sua amante che si innamora del bamboccione rapinatore, sinceramente, non ci importa niente.

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E’ però quasi impossibile non appassionarsi a La Casa di Carta, perché contiene tutto quel calore e quella passione che abbiamo completamente perso. Le grandissime serie americane degli ultimi vent’anni (I Soprano, The Wire, Breaking Bad, Mad Men) hanno compensato alla carenza immaginifica della produzione letteraria e cinematografica statunitense, cambiando il modo di intendere un prodotto che nasceva per la televisione, e han stravolto gli schemi di valori tra cinema e tv. Ma erano indiscutibilmente prodotti cinici e spietati. Ed è per questo che risulta come originale La casa di carta, con il suo pathos mediterraneo, con la parola Amore che spunta in ogni dove e che tutti rincorrono e praticano. Ed è impensabile il paragone a una di queste altre serie: mondi incompatibili. Come mettere a confronto Miguel Bosé a Kendrick Lamar.

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Denver in La Casa di Carta

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Breaking Bad

Ma la creazione dell’epica che si crea attorno a certi personaggi è innegabile. A cominciare da Berlino, lo stronzo cinico che si dilunga in spiegazioni sulla vita, cita Mussolini, schiavizza ragazze e infine si riscatta. Chi non lo vorrebbe come consigliere personale al pub sotto casa? Il Professore, con il suo sex-appeal da timido intellettuale e le mosse da ninja.  E la grinta dell’ispettrice Raquel Murillo, che una sera trova il tempo di andarsi a bere dei cocktail durante la rapina. Sono cose belle e brutte al tempo stesso che ci fanno affezionare e non si può che rimanerne contagiati.

Non è tanto “capolavoro o ci sparo su del letame?”: questi che han pensato La casa di carta sanno intrattenere, noi consumiamo e tutto va come un treno. È pur sempre televisione, come del resto lo era anche Paso Adelante.

VOTO: 6,5


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