Le Chalet

Uno dei maggiori pregi di Netflix è quello di rendere facilmente fruibili prodotti della serialità televisiva che vanno oltre il Made in USA. Oggi vi parliamo di Le Chalet, mini-serie francese (creata da Alexis Lecaye e diretta da Camille Bordes-Resnais) che ha avuto un buon successo in patria e che non potevamo ignorare, essendoci stata suggerita direttamente dall’algoritmo di Netflix, che ormai ci conosce meglio dei nostri genitori. E in ogni caso i rapporti con la serialità transalpina dopo l’exploit di Les Revenants erano comunque ottimi.

La serie è ambientata nel piccolissimo paesino delle Alpi Francesi di Valmoline e si svolge su 3 archi narrativi differenti.

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2018. Un carcerato è interrogato da una psicologa criminale su un grave fatto di sangue avvenuto poco tempo prima. L’uomo non comprende il perché dell’arresto e attraverso i vari colloqui che ha con la dottoressa conosciamo la sua personalità disturbata.

Estate 2017. A Valmoline sono rimasti solo 6 abitanti, ai quali si aggiungono i 13 ospiti dello Chalet des Glaces, invitati per celebrare il matrimonio di uno dei due figli del proprietario. La maggior parte degli ospiti, oggi trentenni, ha vissuto la sua infanzia nel piccolo paese ed è quindi fortemente legata ad esso. A causa di una frana, un grosso masso si abbatte sull’unico ponte che collega Valmoline al resto del mondo, facendolo crollare e isolando di fatto il paese. I 19 protagonisti si ritrovano a dover affrontare una serie di incidenti, primo fra tutti la manomissione della centralina telefonica, che impedisce qualsiasi comunicazione. Le persone poi cominciano a sparire una alla volta. Un killer misterioso si nasconde nella foresta e le vite di tutti sono in pericolo. E così, quelli che dovevano essere giorni di festa si trasformano in una lotta per la sopravvivenza. Cosa sta succedendo a Valmoline? E soprattutto: che collegamenti ci sono con una misteriosa sparizione avvenuta 20 anni prima?

Estate 1997. Jean-Louis Rodier e sua moglie Françoise, in piena crisi matrimoniale, si stabiliscono allo Chalet des Glaces assieme ai loro due figli per cominciare una nuova vita. L’integrazione della famiglia con la gente del luogo (tra cui i nostri amici invitati al matrimonio di dieci anni dopo) non è sempre semplice.

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Gli archi narrativi si fondono tra loro facendo riaffiorare segreti del passato che hanno scatenato gli eventi di quella che si può definire come un’estate di sangue. Ben presto capiamo che tutto ruota attorno allo chalet. Bisognerà attendere però gli ultimi episodi per riunire tutti i fili e comprendere esattamente cosa sta accadendo e per connettere i fatti accaduti nel ’97 a quelli del 2017.

Se escludiamo alcuni momenti in cui è necessaria una certa sospensione dell’incredulità, Le Chalet ha una base più che solida: è un racconto con una chiara impronta kinghiana e che strizza fortemente l’occhio a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, con un tocco di Assassinio sull’Orient Express (che non fa mai male). Si tratta di un genere abusato, ma in questo caso l’originalità sta in un’impronta stilistica molto europea, nella quale ogni situazione ha il giusto spazio e i personaggi sono tutti ottimamente caratterizzati. Non si punta quindi solo ai classici colpi di scena  e all’adrenalina a tutti i costi, riuscendo così laddóve serie simili (come Harper’s Island, per fare un esempio) hanno fallito.

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E’ l’ambientazione alpina che dà il tocco in più a Le Chalet, che può comunque contare su un buon cast e una regia che fa filare via gli episodi lisci e piacevoli uno dopo l’altro. Lo spettatore non è solo passivo davanti agli eventi, ma si fa investigatore: è un modo di presentare gli eventi molto apprezzabile, nonostante spesso finiamo per trovarci di fronte a quadri piuttosto prevedibili. In ogni caso è presente un  killer accecato dal desiderio di vendetta che non fa sconti a nessuno, quindi i cadaveri non mancheranno, per la nostra (e vostra) gioia.
Ottima infine la colonna sonora originale composta da Samuel Hercule. Il tema principale è la filastrocca Comptez jusqu’à trois, cantata dalla figlia dell’autore. È il genere di canzoncina che può essere rassicurante per un bambino e agghiacciante per un adulto (Profondo Rosso docet).

«Comptez jusqu’à trois, messieurs, mesdames, et l’un de vous disparaîtra»

VOTO: 7


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