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30 anni di moto truccate e apocalissi nucleari: “Akira” non muore mai

Con l’uscita nelle sale dell’edizione ri-doppiata di AKIRA non si va semplicemente a celebrare il trentesimo anniversario di una pietra miliare dell’animazione (cinque anni dopo l’ultima celebrazione a opera di Nexo Digital) ma anche un’opera d’arte che ha pesantemente influito sull’immaginario fantascientifico dei decenni a venire.

Con la trasposizione della sua serie di manga a film di animazione, Katsuhiro Otomo diede via con AKIRA all’invasione degli “anime per adulti” nell’Occidente: a fronte di un budget da oltre un miliardo di yen e la collaborazione fra dieci compagnie di produzione, AKIRA è il punto di svolta nella storia degli anime sia per qualità nella realizzazione tecnica che per regia e contenuti trattati. Una lirica di cruda e opprimente distopia, velocità, urbanizzazione selvaggia, violenza e riflessioni sulla natura umana. Un qualcosa che, in un panorama in cui vigeva di fatto un monopolio di robottoni e arti marziali, si abbatte come un maremoto sullo scenario cinematografico internazionale.

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Se agli inizi degli anni ’80 Ridley Scott con Blade Runner andò letteralmente ad inventare l’estetica e diversi topoi narrativi tipici del genere Cyberpunk (prima ancora che questo nascesse ufficialmente!) e creando i presupposti per tutto il resto, Otomo si ritrovò nel 1988 a scolpire definitivamente sia l’immaginario di distopia fantascientifica del genere, sia l’aura esotica di paradiso tecnologico che permeava il Giappone. Una terra, quella nipponica, percepita a cavallo fra ’80 e ’90 come l’origine di tutta la tecnologia d’avanguardia, e come una futura potenza egemone che avrebbe soppiantato economicamente e culturalmente persino gli Stati Uniti.

Non è un caso che insegne con kanji al neon e mega corporazioni giapponesi fossero divenute la conditio nella quasi totalità della narrativa Cyberpunk del periodo, e che in molti altri film (da Black Rain al secondo Ritorno al Futuro, in quest’ultimo caso in maniera comica) si faccia riferimento alle differenze fra la cultura occidentale e quella nipponica. Un terreno molto fertile per il successivo sviluppo di un intero filone di anime fantascientifici, culminato in termini di popolarità col celeberrimo Ghost in the Shell.

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Cosa rimane di quest’opera dopo 30 anni? Film e videogiochi si vedono al momento travolti da un rigurgito nostalgico, con un’industria dell’intrattenimento che propone reboot e remakes più o meno improbabili: AKIRA, seppur ormai molto distante dai canoni odierni dell’intrattenimento à la Marvel o di altri prodotti simili, mantiene però una fortissima identità propria.

Il Giappone non è il tecnologico paese di Bengodi che pensavamo nè è una meta apparentemente irraggiungibile, così come la parte scientifica (ovvero esclusa la parte “fanta”) è irrimediabilmente permeata da una patina di obsolescenza: per gli appassionati di anime e fantascienza Akira porta i suoi anni resistendo alla prova del tempo, e per gli amanti del cinema è e rimane un’opera d’arte.

di Armitage Gibson


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