Ready Player One

Prima di iniziare con la recensione urge fare una premessa: odio i nerd. Odio la loro celebrazione della regressione infantile, il culto del disimpegno, l’ottimismo universale, la loro presunta rivincita contro non si sa bene chi. Odio la nerd concezione di fandom, in cui tutto è fanatismo e perdita di spirito critico, odio la loro cultura della classificazione, della catalogazione e dell’immagazzinamento mnemonico a scapito dell’interpretazione e dell’analisi (vedi i 3000 blog che cercano di capire in che anno si trova Cooper alla fine di Twin Peaks 3). Odio l’elogio a  priori dell’hobby, la loro idea che dietro qualsiasi passione ci sia un genio mancato. Odio i giochi di ruolo, odio il fantasy, odio i videogame, odio Stranger Things e tutta l’estetica facile-facile degli anni Ottanta con cui i nerd di oggi celebrano i nerd di 30 anni fa in un loop ruffiano-onanistico senza fine. Odio i walkie talkie, le serie tv, i pupazzetti, l’idea che barricarsi in camera dietro un PC sia da considerare una strategia di vita saggia, odio gli occhiali a montatura grossa, il bambino interiore, i Lego e il Giappone. Odio le “fan theory”, le saghe, gli universi, i fumetti e l’appiattimento pop-culturale che pretende che Iron Man valga quanto Dostoevskij. Odio alla fine l’innata capacità dei nerd di trasformare ogni tipo di arte in ingegneria, in cui tutti i tasselli devono andare al loro posto, senza ombre, sfumature e dubbi. Insomma, odio i nerd. Detto ciò, è chiaro che Ready Player One di Steven Spielberg mi attirava come un bicchiere di Cicuta.

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Mi aspettavo un bicchiere di Cicuta; bicchiere di Cicuta è stato. Il blockbuster sulla realtà virtuale girato da Spielberg è infatti quello che doleva essere: la celebrazione totale di quanto descritto sopra. Ready Player One è, in fin dei conti, l’enciclopedia di Diderot e D’Alambert della nerd culture. Questo fa dunque di me la persona meno indicata ad esprimere un parere competente sul film. Di fronte a un tale monumento alla cultura geek, a un dispiegamento di citazioni e riferimenti agli anni ’80, ai videogiochi e al cinema pop così esplicito e violento, io non posso che farmi da parte o contattare un mediatore culturale.

Certo, incredibile la freschezza di nonno Spielberg, pazzesco (davvero, senza sarcasmo) il modo in cui la telecamera vola durante la prima gara di macchine; geniale (sì, geniale sinceramente) la scena in cui i protagonisti entrano dentro Shining di Kubrick…..ma a parte ciò, cosa posso dire? È un mondo a me completamente sconosciuto (e nemico) quello a cui fa riferimento Ready Player One. Il film è  una macedonia di riferimenti elementari alla cultura pop tale da far venire la cefalea a chi, come me, viene da un pianeta completamente diverso. “It’s not my cup of tea” dicono gli inglesi; lo dico anche io. Non posso scrivere una recensione sul film, mi sono detto per settimane, non mi appartiene, finirei per insultarlo, stroncarlo, per definirlo jihadismo nerd o con qualche altro nome canzonatorio, non è roba per me, rinuncio……..poi a sorpresa, un lampo.

READY PLAYER ONE - Dreamer Trailer (screen grab) CR: Warner Bros. Pictures

Quando una cultura (in questo caso quella nerd) arriva ad auto-omaggiarsi in un modo così ombelicale e autoreferenziale, solitamente significa che la suddetta cultura è alla frutta. Non avendo più niente da dire, può solamente ammucchiare e riproporre gli splendori passati. Ready Player One sta alla nerd culture come Dragon Ball GT (con Freezer, Cell e la Squadra Genew riproposti all’infinito) stava a Dragon Ball Z.

Il film di Spielberg è l’apogeo dei nerd e l’inizio del loro declino. Come diceva l’Uomo Pipistrello, “La notte è più buia subito prima dell’alba“. C’è speranza.

VOTO: 6


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