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A Quiet Place

A Quiet Place

C’è più di una ragione per la quale A Quiet Place è il miglior film horror di questa prima parte di 2018. Potremmo prendere ad esempio la storia, accattivante quanto basta e piena di tensione e adrenalina, potremmo parlare dell’alchimia perfetta tra Emily Blunt e John Krasinski (coppia nel film quanto nella vita reale), potremmo passare ore ad esaltare la performance da Oscar (sì, segnatevelo) della piccola Millicent Simmonds (attrice sordomuta già vista in Wonderstruck di Todd Haynes) e potremmo raccontare quanto funzionino bene i turbomostri alieni (?) tanto semplici quanto spietati. Ma al di sopra di tutte queste sacrosante verità c’è il silenzio.

Il silenzio per il film di Krasinski è tutto. A memoria non ricordo un film horror (e non solo) che abbia usato questo elemento in maniera così potente, riuscendo a creare un’atmosfera (stavolta sì) originale e spiazzante per lo spettatore. Già, perchè la forza di A Quiet Place sta anche nel rapporto che crea con lo spettatore seduto in sala, che si trova senza accorgersene a partecipare attivamente al film. In che modo? Stando zitto. Sì, bisognerebbe SEMPRE stare zitti al cinema, anche a vedere i film di Muccino e Vanzina, però conosciamo bene la realtà e sappiamo quanti cagacazzi (aka minorenni scemi, ma anche maggiorenni ancora più scemi) frequentino le sale. A Quiet Place ha il potere magico di zittire tutti col suo silenzio (vi rimando QUI per un approfondimento sul tema). I rumori forti sono vietati, chi apre bocca muore. E noi non possiamo che adeguarci, solidarizzando con la sfortunata famiglia Abbott.

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A Quiet Place ci fa fare un salto in avanti di un paio di anni (siamo nel 2020), mostrandoci un futuro nel quale la Terra è stata colpita e devastata dall’invasione di misteriose creature (aliene?) che attaccano e uccidono chiunque faccia il minimo rumore. Lee Abbott (Krasinski) con la moglie Evelyn (Blunt) e i tre figlioletti girano per una cittadina deserta in cerca di cibo e provviste. Mentre la famiglia sta camminando verso “casa”, il bimbo più piccolo accende un giocattolino che inizia a fare un casino della madonna: inutile il tentativo di soccorso del padre, un mostro arriva e se lo porta via.

Un anno dopo troviamo gli Abbott sistemati in una fattoria, organizzati piuttosto bene per tirare avanti in questo mondo surreale e silenzioso, comunicando a gesti e cercando di trovare un modo per combattere al meglio le creature. L’umore, va da sé, non è dei migliori.

Evelyn è incinta. Ottima idea mettere al mondo un neonato in un mondo nel quale non si può nemmeno dire “A” senza venire rintracciati e squartati da un turbomostro. Ma tranquilli, è l’unica cosa un po’ discutibile di un gran film (ed è comunque funzionale ad un sacco di sequenze che vi terranno appiccicati alla poltrona).

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Krasinski in un modo o nell’altro è riuscito nell’impresa di fare un film che mette d’accordo praticamente tutti, dal pubblico alla critica, dagli addetti ai lavori agli horror fans più integralisti. Il taglio (per ambientazione, stile, fotografia) è simile a quello di It Comes At Night di Trey Edward Shultsma la minaccia questa volta non è invisibile e non ci sono in ballo giochetti psicologici: i turbomostri sono lì, grossi, feroci, visibili a occhio nudo e mai inattesi.

Le creature (brutte come la morte e perciò bellissime) fanno da contraltare al silenzio che domina il film: imponenti, velocissime, cieche ma con un super udito (hanno dei padiglioni auricolari grossi come tutta la testa) e fracassone più che mai. Quando arrivano non arrivano in punta di piedi ma travolgendo tutto, sono un mix tra i velociraptor di Jurassic Park (film al quale A Quiet Place deve qualcosina in più di un’occasione) e gli xenomorfi di Alien. Ovvio che abbiano un punto debole, ma hanno conquistato il pianeta Terra in tre minuti, quindi direi che non sono il tipo di mostro da prendere alla leggera. Gli Abbott lo sanno bene e si costruiscono una fattoria/base piena di allarmi (luminosi, ovvio).

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Stabilito che A Quiet Place è un film horror con i controcazzi, dobbiamo anche dire che il valore del film sta soprattutto altrove, diviso equamente tra la ricerca di un modo alternativo di fare cinema di genere (fondato sul silenzio, sulla mancanza quasi totale di dialoghi e sulla ricerca di nuovi linguaggi comunicativi) e il lavoro strepitoso degli attori. Il grande merito di Krasinski è quello di essere riuscito a costruire attorno al suo film un’atmosfera tale che la minima cavolata è fonte di tensione incredibile. Stiamo parlando di un film che riesce a tirar fuori una sequenza pazzesca da una tipa che calpesta un chiodo e che rende drammatico ed estremo come non mai il parto di un neonato. Insomma, questo è un film nel quale ad un certo punto poteva succedere praticamente qualunque cosa (purchè rumorosa) che sarebbe stata utile a far aumentare la tensione.

Di Millicent Simmonds ho già accennato ad inizio recensione, che dire: l’attrice sorda resterà un simbolo del film e si divide con la Blunt (ruolo della vita, perfetta e sorprendente) il ruolo di protagonista simbolica. Perchè A Quiet Place è un film sulla paura e la difficoltà di comunicare, ma è anche un film sul bisogno di stare insieme, di proteggersi a vicenda. La protezione dei figli diventa per i protagonisti il primo e unico scopo di vita, come se la comparsa dei turbomostri avesse riportato gli esseri umani a seguire gli istinti più primitivi e naturali. Quando gli Abbott sono uniti non corrono quasi mai un pericolo e possono anche lasciarsi andare a gesti di quotidianità ormai dimenticati, quando si dividono nascono i problemi. Insomma, united we stand, divided veniamo braccati dai mostri.

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Andate al cinema perchè A Quiet Place è un film da vedere e un’esperienza da fare (e da rifare). Vi consigliamo vivamente di evitare patatine e popcorn in sala per non sentirvi malamente a disagio. O per non venire portati via alla velocità della luce dai turbomostri.

VOTO: 7,5


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