Tonya

I, Tonya racconta la vita di Tonya Harding (Margot Robbie), pattinatrice artistica americana che tra gli anni ottanta e novanta si impose a livello internazionale. Una storia complicata, tra le disavventure famigliari, lo scontro con la società perbenista che non la accettava, fino al caso di cronaca che le rovinò la carriera.

Dobbiamo vedere una sana famiglia americana, e tu ti rifiuti di interpretarla“. L’accusa esplicita che viene fatta a Tonya Harding riassume il senso della storia e del film. Perché quella portata sullo schermo è una di quelle famiglie così amorali che pare di essere di fronte ad un racconto grottesco estremo. La prova del nove, l’esperimento di verità, viene fuori dalle vere interviste d’epoca ai vari protagonisti in questione, qui messi in scena sia come intervistati (su modello delle interviste originali) che come personaggi della vicenda, tra la carriera sportiva, la vicenda personale e il tanto discusso caso Nancy Kerrigan.

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Già, perché Tonya, nel raccontarci la vita della sua protagonista, non può far meno che ruotare attorno al caso Kerrigan. Il 6 gennaio 1994 al campionessa americana di pattinaggio artistico Nancy Kerrigan viene aggredita da uno sconosciuto che le rompe il ginocchio con un manganello della polizia. Tre mesi dopo, Tonya Harding, sua compagna di squadra e rivale, confessò di aver organizzato la spedizione punitiva. Il piano, ideato dal marito con un amico e un terzo complice, porterà alla sospensione definitiva per la Harding, quasi coinvolta a sua insaputa.

Una carriera di alti e bassi: sfiorare l’olimpo e sprofondare, un’atleta che la lobby sportiva e il luccicante mondo mediatico  non volevano. Lei, la buzzurra di Portland che si esibiva con gli ZZ Top a tutto volume e lo smalto del colore del costume, con quel sorriso finto verso un mondo di grazia costruita che non incarnerà mai.

Una vita non facile quella di Tonya.  Nessuna istruzione, nessun appiglio, nessun soldo in famiglia, solo un grande sogno e la sfiga che la perseguita: sposi il primo coglione di turno (che ti picchia pure), ti rende partecipe di un piano criminale e ti rovina per sempre la vita. Ma Tonya Harding è pur sempre la seconda donna al mondo riuscita nell’impresa di un triplo axel (complicatissimo salto acrobatico) che diventa un enorme dito medio rotante verso tutti quelli che le hanno messo i bastoni tra le ruote. Lei, il suo talento, le sue pellicce improbabili, le sceneggiate sulla pista, le imprecazioni ai giudici, la sicurezza arrogante dei losers.

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Il film di Craig Gillespie (ricordato soprattutto per il suo esordio Lars e una ragazza tutta sua) sceglie una via non semplice: incrocia la rappresentazione di vere interviste filmate degli anni ’90 con la fiction iper-stilizzata della vicenda. Visionando le vere interviste ai personaggi e gli attori che li rappresentano, l’effetto è straniante. Prima di tutto per la verosimiglianza con gli originali e in secondo luogo perché è tutto credibile, vero. Lo spazio per l’immaginazione è ridotto al lumicino, quando il calco degli originali funziona ancor di più che crearli ex novo, dei ruoli così.

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Sguardi e discorsi in macchina, come un mockumentary, che si intrecciano a scene esplosive, quando non proprio realisticamente ricostruite sul modello dei veri filmati dell’epoca. E tutto il resto, nel frattempo, va veloce come un treno, quasi un Goodfellas versione pattinaggio artistico, dove da Martin Scorsese eredita il gusto per il racconto frenetico con questo montaggio infernale, che intreccia sguardi in macchina, non più delle interviste, ma rivolte allo spettatore come in un scena teatrale, con carrellate e stacchi di sequenze che ci ricordano come solo gli americani sanno fare veramente queste cose. Colonna sonora d’annata: Fleetwood Mac, gli Heart con Barracuda, Supertramp, Dire Straits, Siouxsie & The Banshees e Laura Branigan che canta Gloria di Umberto Tozzi (con effetto epifanico riferito alla Gloria originale presente in The Wolf of Wall Street di Scorsese, sempre con Margot Robbie).

Allison Janney (premiata con l’Oscar come attrice non protagonista) è grandiosa nel ruolo della madre con sigaretta sempre in mano e Margot Robbie molto brava nel trattenersi dall’effetto caricatura, ma il film con i suoi dettagli e la cura estetica di maniera finisce per dedicarsi troppo alla formal, perdendo un po’ in profondità. Rimane così la storia sgradevole e travolgente di un anti-angelo trash, che ben rappresenta i canoni di un’America patinata e ipocrita, che vuole solo eroi giovani, bravi e belli.

Nel dicembre 2017 Sufjan Stevens omaggiò Tonya Harding con questo commovente brano. Lei, in compenso, non gradì per niente la canzone. Giusto così. Tonya Harding sei nei nostri cuori tra odio e amore esattamente per come sei: non si diventa qualcosa che non si sarà mai.

VOTO: 6,5


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