Annientamento

Finalmente qualcosa di interessante di cui parlare! Qualcosa di intrigante su cui accapigliarsi, discutere, litigare, magari prendersi a sediate. Annientamento, disponibile su Netflix da una settimana, riesce dove i film candidati all’Oscar hanno fallito: creare un dibattito, merce rara ormai al cinema. Il film di Alex Garland, inizialmente destinato alla sala cinematografica ma poi cestinato post press screening perché “troppo intellettuale”, è un raro esempio di cinema di fantascienza osé, coraggioso, daring, che non ha paura delle proprie ambizioni, rischiando anche di sfracellarsi. E giustamente la critica si è divisa, tra entusiasti e hater. Non è quello che si chiede al cinema? Per quello che mi riguarda, sì. E per una volta bisogna ringraziare Netflix, che quando si produce i film da solo tira fuori delle ciofeche clamorose, ma che in questo caso ha acquistato un oggetto cinematografico importante.

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Lena (Portman) è una biologa che vive in lutto da circa un anno. Suo marito Kane (Isaac), soldato americano, è scomparso nel nulla 12 mesi prima dopo aver preso parte ad una missione top secret. Un bel giorno Kane si materializza in casa. Il tempo di un abbraccio e di un paio di domande e l’uomo comincia a vomitare sangue. Lena chiama l’ambulanza ma, poco dopo, un raid delle teste di cuoio la seda e la trasporta in modo coatto dentro una base segreta. Lena scopre così la verità: suo marito è l’unico soldato riemerso “vivo” da una misteriosa bolla che si è sviluppata sulla costa. Lo “shimmer”, questo il nome dato alla strana membrana che avvolge un territorio di diversi chilometri, cresce ininterrottamente da tre anni. Chiunque vi sia entrato è letteralmente sparito nel nulla. Bam. Determinata a scoprire cosa è successo al marito (che intanto versa in condizioni critiche), Lena si offre volontaria per la prossima missione dentro la bolla. Insieme a lei, altre quattro donne. Sarà l’inizio di un viaggio in un luogo mostruoso ed affascinante…

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Tratto dall’omonimo romanzo del 2014 di Jeff VanderMeer, primo capitolo della Trilogia dell’area X, Annientamento è il nuovo film di Alex Garland, forse l’unica, vera, ultima promessa del cinema di fantascienza contemporaneo, dopo che i vari Blomkamp, Duncan Jones e (forse) Carruth si sono persi per strada. Fatto il colpaccio con Ex Machina nel 2015, il regista americano fa un triplo salto mortale, lasciandosi alle spalle le superfici hipster e l’interior design per volare nello sci-fi psichedelico più spinto. Partendo da un impianto adventure abbastanza classico – vedi alla voce spedizione in luogo misterioso in mezzo alla natura (Jurassic Park, Resident Evil, Dino Crisis) declinato in chiave abstract-aliena (Contact, ma soprattutto Arrival) – il film di Garland prende la strada rischiosissima dell’allucinazione, della visione acida-psichedelica. È un mondo bellissimo quanto spaventoso quello dentro lo shimmer, dove l’orrore, l’onirico e l’ancestrale si fondono, tra luci bluette e colori acquarello che stanno in posti dove non dovrebbero stare; un mondo che è una fusione di esperienze artistiche che vanno da Van Gogh agli anni ’70 fino alla Land Art di Goldsworthy. Una bomba estetica tanto potente quanto fuori dai canoni indie di oggi – spesso troppo impegnati a ripetere i neon di Refn – che sa lasciare a bocca aperta ma anche essere estremamente disturbante, soprattutto grazie ad un sonoro da 10 (l’orso che fa versi umani, l’uso dei Moderat nel finale).

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Se sotto l’aspetto visivo Annientamento merita solo abbracci ed elogi, dal punto di vista tematico/filosofico le cose forse si ingarbugliano un pelo, tra spiegoni verticali messi in bocca ai personaggi, il bisogno di dover metter il guinzaglio della scienza all’irrazionale e qualche ramo morto nella sceneggiatura (il fatto che le protagoniste della missione sono unicamente donne alla fine influisce sul contact? Non è chiaro). Ad ogni modo, siamo comunque di fronte ad un film che saccheggia in modo spregiudicato e coraggioso filosofie underground (mi viene in mente lo xeno-femminismo) e che, in fin dei conti, riesce a dire qualcosa di non scontato su quanto la nostra personalità dipenda dalle persone con cui stiamo, su quanto le identità delle persone si compenetrino e fondino tra loro.

Troppo intellettuale? Può darsi. Ma se si guarda ad altri tentativi recenti di fondere la fantascienza – o meglio il cinema di genere – con la cultura alta (A Ghost Story, ma anche Interstellar), il film di Garland ne esce benissimo anche nella sua componente horror ed action.  Mettete insieme Arrival, Stalker, le creature di Del Toro e prendetevi un acido: avrete più o meno Annientamento.

VOTO: 7.5


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